GIOVEDÌ 22 AGOSTO 2019 20:10
 

Arte

Apertoarte ed i suoi artisti

Giovanna Andreassi, Mara Balabio, Alessandro Canestrari, Fiorenza Canestrari, Giovanni Faccioli, Graziella Lizzari, Pierpaolo Manfrè, Erre Monaco, Fabio Palma, Maurizio Sartori, Carolina Scardoni.

 

Nella sede del Circolo Unificato dell’Esercito a Castelvecchio, una straordinaria rassegna “ApertoArte e i suoi Artisti”– forse la mostra più caratterizzante e significativa degli ultimi anni, a Verona - ha celebrato il più che decennale anniversario della fondazione di “ApertoArte” con una selezione di circa 40 opere  a firma di ben 11 Autori e, su musiche di Dionigio Canestrari, gli armoniosi accordi dell’archetto di Eleonora Rotarescu, già primo violino dell’orchestra Areniana

“Siamo da sempre cultori e sperimentatori, un compito arduo che portiamo avanti con passione, e ogni giorno, confrontando e rispettando, di ciascuno, personalità ed ‘experiri’ -  con l’unico fine di perfezionare quella libertà creativa ‘senza confini’ che ha conseguito ampio consenso anche in ambito internazionale “ – introduce la presidente Fiorenza Canestrari, infaticabile curatore di eventi artistico-letterari, nonché valente ceramografa e scrittrice. .. E così, al nostro sguardo, un percorso visivo tra pittura, fotografia, ceramografia, scultura (lignea in scudi e fregi dipinti), apre ad uno scenario affascinante e composito.

      Giovanna Andreassi.  Il percorso di Giovanna – raccogliendo idealmente in unica produzione pittura, installazione e fotografia - è logica tesi di un lungo tragitto che si allaccia alla stratigrafia di molte vite, in un comporre sognante e allegorico metafore che aprono a fondali solo apparentemente minimalistici, sia pure  via via sfrondati del superfluo formale ma volutamente intrisi di simbolismo onirico. Il librarsi degli stati d'animo, l’ipnosi percettiva di quest’artista sensibile e potente indica, quale straordinario alleato, il colore. Denso, pirotecnico, incarna, nelle grandi tele, l’idea senza Tempo, martellando la voce di quel Tempo infinito sopraffatto dalla Storia, che suscita nello sguardo della mente l’evocazione inestinguibile: angoli di mondo interiore rivolti alla grandezza di Madre Terra. Affascina questo linguaggio che comunica saldamente con il nostro io più profondo, scatenando emozione e riflessione, aprendo l’essenza vitale a molteplici sfaccettature che narrano di civiltà millenarie perdute per colpa della Storia (Mayaland)  e disperse nel vento e nel sole, così come di icone totemiche senza più patria né sacralità...Sono, nel racconto di Andreassi, le pagine di un diario di viaggio avulso dal consumismo di scontati itinerari che lasciano più che indifferenti e fanno ben riflettere sulla fragile pochezza dei nostri voli emozionali non corrisposti, sui sogni naufragati, sulle vuote attese... Nella sequenza fotografica b/n (quattro scatti ‘self-portrait’), una sperimentazione felice (su vetro – ceramica) nel voler soffermarsi sulla ricerca identitaria, raccogliendone i tanti frammenti, fissati nella luce di una metafora…E’ sguardo profondo, in questa donna minuta e fiera, sorprendente forza creativa nel trasporre fragilità pensosa a sensibilissima rivisitazione. Nasce una nuova Giovanna sulla scia nostalgica di Tina Modotti, dell’altrettanto anti conformista Yvonde Cumbers, della seducente ‘masque’ ferina della femminile effige di Man Ray...Trasfigurazione dei mille volti di un’unica anima...
 
Mara Balabio.   “ L'occhio interiore”, tanto esaltato da Cartier-Bresson, è – in Mara Balabio -  il porgere di una filosofia visuale rivolta al conseguimento di una ‘vis poetica’ che focalizzi un continuo fluire di impulsi ed emozioni...Il volo di un’anima informa il percorso creativo di questa sensibilissima artista, rivolgendosi, con uguale entusiasmo, all’evolversi di armonie riposte che rivelano allo sguardo la legge cosmica dell’elemento naturale, colto in sé e per se stesso dall’obiettivo lungo un’iperbole infinita. Un viaggio nell’immaginario collettivo dove la forza trainante di memorie conoscitive che affondano nei millenni vigila su un magmatico ed altrettanto insondabile 'dejà-veçu', tesoro esperienziale intriso di pace nostalgica e alla costante ricerca di un dialogo con il Creato. La vividezza del filtro cromatico è pittorica e apre lo ‘zoom’ ad un ‘continuum’ senza confini, definendo l’interiorizzazione memoriale delle forze di Madre Natura. Vista quale entità suprema nel suo ineluttabile, molteplice manifestarsi all’Uomo che resta in perenne attesa del proprio destino.
 
Alessandro Canestrari La sua creatività si esalta in una sequenza visiva che filtra e desume, da esperienze vissute o immaginate, le emozioni: metafora del proprio modo di essere e relazionarsi. Degli scatti di Alessandro stupisce e fa riflettere la profondità introspettiva del campo d'indagine, il taglio decisamente empatico del suo stato d’animo. Sono riflessioni di grande impatto (impressioni di viaggio, regno della luce) o ambiti presso che claustrofobici dove passato e presente sono ‘stillife’ senza soluzione di continuità effettiva ma il cui ‘framing’ è lacerto esistenziale, come una finestra di una stanza desolatamente vuota, affacciata sul verde di un piccolo giardino o la vita di oggetti d’uso contadino dimenticati all’aperto in una vecchia corte rurale (Ponton). Si allaccia, Alessandro Canestrari, sia alla modalità bressoniana più pura, la nuda astratta essenzialità di memorie che abbiamo amate negli scatti di taluni ‘passages’ parigini, sia alla visione d’insieme in ambientazione d’interni colmi di memorie quotidiane, desunti dallo ‘zoom’ secondo tagli prospettici d’inusitata destrutturazione (A. Rodcenko) . Così aprendo ad un emblematico momento meditativo (in sinapsi con la memoria kafkiana, oltre a Baudelaire e Proust) sul senso dell’inquietudine martellante, quel ‘male di vivere’, denso di ombre e inconfessati sensi di colpa, che attende il bagliore della rinascita. Sulla soglia della consapevolezza spesso esecrata e negletta che resta puro piacere dell’immaginifico, tra onirismo e graffiante rivelazione…
 
Fiorenza Canestrari.    Canestrari, ben assemblando le componenti naturali della maturità espressiva insita nei suoi manufatti, ci regala libere creature, il tratteggio sapiente di articolate composizioni geometriche su piastrelle – mappe celesti, aperte a nuova definizione? -, sulla superficie concava di un vaso o entro la cavità convessa di ciotole e piatti, al fine di esaltare una nuova ricerca sul colore e sulla decorazione. Seguiamo il divenire formale di tutti questi oggetti: pensiamoli quali pareti, quinte che da reali diventano immaginarie scenografie dipinte per accogliere il tocco fluttuante dell'immaginazione. I fondali marini, capostipiti della nostra umanità forse destinata alla deriva, quei variopinti pesci rappresentano dunque i sipari fluttuanti del nostro immaginifico. Il trionfo della terra, nell'incandescenza cromatica del Mexico, o nelle nostalgiche brume d' Irlanda, sono lo spunto per raccogliere la bellezza di un fiore esotico o di una foglia: simboli del nuovo Eden amato da Fiorenza...In un paradiso silenzioso e mite, come lo vagheggiano scrittori e pittori, ripropostoci con eclettica eleganza materica, la mano dell’artista opera leggera. In un tratto nitido e senza esitazione che non incontra barriere, la tecnica di Fiorenza Canestrari indulge a scoprire, ad ogni passaggio, nuove vie e soluzioni che oltrepassano la trama lieve di fili e nodi – il simbolismo sacrale di croci inclinate, quadrati e rettangoli – per giungere alla linea curva e morbida di piccole onde, ellissi e volute o, ancora cerchi racchiudenti la simbologia delle millenarie culture Atzeca e del calendario Maya. Il messaggio insito in quest’affascinante scenario è il riallacciarsi spirituale di un'anima alle eredità di mondi rimasti avvolti nel mistero e nella magia: come nel proporsi del simbolo solare, con il cuore a corolla fiorita, a suggello di un procedere figurativo affidato al Caso e al vagare della memoria di sé, per il fine di un sempre più intimo, auto identificatore legame con l'opera.
 
Giovanni Faccioli.    Silenzioso stupore trasmette l’opera di Giovanni Faccioli, grandissimo Maestro approdato da anni ai massimi traguardi espositivi internazionali. Una ispirazione di elegante classica unicità resta l’assunto nel multiforme tematico dell’Artista, aprendo nel cuore e nella mente di chi osserva un ‘transert’ irresistibile, quella malìa sfumata in infinitesima perfezione tra luce ed ombra che, da frammenti quotidiani, si allaccia ad icona di una dimensione mitica o comunque onirica... Unità in accordi cromatici di sapiente, soffuso incedere, con pennellate dolci ad encausto perlaceo. Quel libero composto volo tra atemporale metafisico con accenni di iperuranico ‘giardino delle delizie’  è la vera e propria metafora della ricerca interiore del proprio Io riflesso. In fondali sabbiati, specchio della più antica definizione magistrale,  si cela l'anima diafana di volti, mani, atteggiamenti, sospesi in una dimensione infinita. Passaggi cromatici diradanti, dove la figura umana è fil rouge silenzioso, senza Tempo ma aperto nel Tempo ..Le Nature morte a veste classica (Claesz) vedono una profondità monocromatica nell’infinita gamma tra bianco e grigio definita in drappi luminescenti e lasciati cadere, in morbide pieghe, a terra o sullo schienale di una sedia. Tovaglie, raccolte in onde sinuose, fanno da cornice al piano di un tavolo, esaltando la bellezza di una rosa o la suntuosità fiamminga di trionfi di frutta. Sullo sfondo, un lacerto figurativo d’alta epoca o a tema mistico regala il tocco di un'atmosfera suggestiva ma introduce, al contempo, in quel sacrario intimo ed inviolabile di cui non si varca la soglia.
 
Graziella Lizzari  In Lizzari, il ‘Full screen’, il difficile campo dell’iperrealismo è la risultante di un lungo percorso che – dalla esperienza ritrattistica e dalla creatività puramente ‘fashion’ - , assommando un bagaglio interessante di prove pittoriche sperimentali (copie d’autore, soggetti etnici ), approda al realismo e, in ultimo, al traguardo del virtuosismo iperrealista.  Nella produzione versatile, elegante ed ‘evergreen’ dell’artista, viviamo in presa diretta le fasi ’high resolution’ che esaltano, tra fotografia e fissaggio pittorico, i soggetti del mero quotidiano... Pedine di un vissuto che appartiene a più generazioni poiché, oltrepassando la simbologia effimera dello ‘status symbol’, gli oggetti divengono presenze , brillanti e silenziosamente composte, a seconda, ma vere e proprie icone, portando sia a modelli di antica memoria (Mappamondo) sia centellinando unicità di tradizione, quell’inconfondibile senso d’appartenenza, nel gusto, che racconta l’amore per la vita ‘comune’ coi suoi piccoli riti ed abitudini (Moka Bialetti, una serie di tazze coloratissime, il ‘mitico’ telefono di bachelite della nostra infanzia)...Palpita una memoria vibrante in quest’arte di grande attualità, peraltro vissuta quale estroflessione dell’anima: da tattile impressione ad emozione, a puro sentimento. Una pittura fotografica sequenziale, magmatica e corposa regola un canone di consumismo innocente e rassicurante, così tangibile, ma non – va detto - ‘d’ immediata fruizione’...Restando accessibile allo sguardo nella sua apparente semplicità formale ma altresì frutto di diversi passaggi vigili, quasi peritali, che aprono quinte mobili nell’instancabile vaglio di una continua ricerca identitaria. 
 
Pierpaolo Manfrè. La fotografia come Arte Pura, rivolta all'unico obiettivo di esaltare la potenzialità espressiva di mondi ormai scomparsi ma sottesi nel nostro patrimonio conoscitivo. In Manfrè, il suggello dell’inconscio - quello scavare quasi junghiano con il quale tutti dovremmo, una tantum, confrontarci - apre ad immagini (al pari di idòla platonici) che sono anfratti di un potenziale finalmente liberato dal giogo di leggi fisse per, infine, approdare ad un eterno presente dalle mille sfaccettature. Un viaggio della mente e dell’anima spesso in netta opposizione tra lirismo e incedere esistenziale, ma còlto con quell'occhio interiore che appartiene a pochissimi e da noi spesso ignorato o soltanto riposto nell'immaginifico onirico. Tra sogno ed emozione, prologo ed epilogo sono voci del Mito, in un’affabulazione d’irresistibile malia che oltrepassa i millenni . Entità riflesse, vibranti nelle vene di luce, così che la materia, il soggetto, fa nascere una visione d’insieme che si eleva in monade perfettibile e mai conclusa in sé, sempre in attesa di essere scandita nell’oltre e conquistata all’animo in lento astrarre da tutto quanto è relativo. La grandezza di questa ‘ars’ , affidata all’obiettivo vaglia, in un battito di ciglia, un intimo suo ineludibile interagire con la fonte luminosa, esplosiva cascata d’oro o recondita armonia in attesa di metafisico ‘impromptu’, per poi affidarsi allo sguardo...E’ questo il dono, unica silloge visiva tra ispirazione e passione creativa, dove poi si verrà a riflettere il senso dell’esistenza medesima...
 
Erre Monaco.  Di Rossella (“Erre” Monaco) abbiamo imparato ad amare la passione per la vita, volutamente celata da un velo di riserbo e quel suo sguardo intenso, bruciante, che oppone ad  un’ombra di imperscrutabile tristezza l’essenza di una vulcanica fucina di Idee. Nel corso degli anni, il lascito esperienziale si identifica sempre più con la forza creativa, inarrestabile colata di energia, frutto di un rigoroso metodo di indagine e accuratissima tecnica. Oltre la seduzione visiva delle opere di Erre Monaco è notevole la valenza psicologica, affidata sì al formato ma dove è il colore (vera passione emotiva e scrigno degli stati d'animo dell'artista) ad aprire ad un cratere di significati, imponderabilmente nascosti al di là di contenuti apparenti (la Forma) secondo un'ottica d'indagine trasversale...Siano I Fiori, la simbologia carnale ed esaltante dell'infinito femminile secretum, la prediletta partitura narrativa dal potente impatto materico, offerta in minuscole tele  o per totemico imporsi su tavole a grande dimensione, che si trasforma (ricordate i Fiori di Lakhmé ? ) in duttile scultura vivente, dove la corolla, nel suo infinito porgersi, è guscio di una femminilità rivelata e pulsante ...Un desiderio di appartenenza che, catartico, giunge ad esplorare lacerti di storia dell'umano tendendo alla sola Bellezza, colta in una nuova veste rappresa, smaltata. In questo incedere si apre uno spiraglio all'eternità relativa del nostro quotidiano. Così quest’arte multiforme di pastosa, pregnante cromia, rilascia la traccia inconfondibile di quel trattare, solo semplicisticamente considerato elemento d’ispirazione ‘naif’ ma, in realtà, potente dominatore di uno spazio senza confini. I fiori trionfanti di quelle grandi tavole  ricevono i dettagli di un continuo labor limae sulle componenti di fondo: ecco l'imprimatur, ricettacolo di cromie cristallizzate e preziose, sia pure densità inusitate in campo pittorico e che, in virtù di un transfert procedurale complesso, approdano a pregnante forma scultorea, quale matrice e figlia di un eterno apporto materico. E, in tal senso, rinascono senza fine in ininterrotti cicli vitali, grazie all'energia profusa dell' Artista.
 
 Fabio Palma.  In un variegato dispiegarsi, la produzione artistica di Fabio Palma si volge, con pari naturalezza nella sua ragion d’essere, ‘in primis’ a paradigmi pittorici di largo respiro (paesaggi incontaminati, quali impressioni di pace sognante) e a grandi tele dove il canone del ritratto femminile incarna il senso della bellezza quale delicata sinfonia di contrappunti poetici... Soprattutto nel figurativo, Palma opta per una ‘palette’ satinata, raffinatissima, presso che monocrome ma tesa ad un’infinita sotto gamma tono su tono...Dal grigio perla al mauve, dal bianco all’azzurro ghiaccio.. Icona classico - contemporanea, incedere seducente ma discreto porgersi, la Donna è assoluta protagonista del proprio destino, appartiene solo a se stessa, e informa quella libertà gestuale equilibrata e ‘fashionable’ di cui, nel violento panorama di oggi, è assetato l’immaginario collettivo...E, in parallelo, la scultura lignea di complementi d’arredo, realizzata in magnifici fregi sovra-porta, emblema a scudi dal corpo centrale dipinto e stemmi, è fiera portavoce della grandissima tradizione barocco-secentesca ad intaglio, nata in Alto Bellunese per merito dei Brustolòn e tuttora fiorente in botteghe antiquarie d’ area veneziana. 
 
Maurizio Sartori.  Un’arte frutto di una continua ricerca dove la tela diviene ricettacolo di idee, passaggi della mente, evocazione poetica rivolta alla bellezza del potenziale espressivo dell’artista. Una filosofia di vita, con molteplici concatenati passaggi dove il colore è parola e apre  ad una visuale vibrante, sapientemente campita in simbologia astratta, con esiti formali di profonda introspettività...Ma il segno, parimenti, è simbiotico col colore ed è ‘ratio’, pura logica che mira, tramite l’essenza, alla ‘vis cosmica’ informatrice delle umane vicende, aprendo al lacerante interrogarsi sui mille perché che affollano il nostro quotidiano. E’ lo ‘psicoviaggio’ il porsi del prologo d'indagine dell’Autore, all’insegna di una forza dirompente e inarrestabile, di quell'energia esaltante che compone un tracciato non soltanto artistico bensì esistenziale poiché l’arte informa la vita, cementando la radice più intima e riposta nell’animo in quel tutt’uno che potremmo chiamare Destino. Oltrepassando, dopo averli riconosciuti ed accettati, tutti gli inevitabili paralleli inter- relazionali, e sposando, infine, quel tanto aspro ma indispensabile tragitto psico –formativo e, in ultimo, approdando, in aperta iperbole, alla più libera ispirazione espressiva ...
 
     Carolina Scardoni. Una visione tematica del reale, la quotidiana ‘street life’ brillantemente desunta in profondo slancio vitale che coniuga in sapiente equilibrio  segno e colore. Un passaggio ormai raro nell’assunto dell’arte contemporanea, denso di icone, dove la “Spannung” cerca presenze prettamente nevrotizzate decise da quell’esasperato imporsi...Nell’universo, la collocazione decisa da Carolina Scardoni privilegia, in una sorta di pacifico interporsi, una femminilità pensosa, con profonda classicità gestuale (cara ad Amedeo Bocchi, fino alla morbida dissolvenza della nube ‘full color’di Montserrat Gudiol o Paul Burlet), affidata ad uno spazio campito in elegante cromatismo. Sono ritratti muliebri di grande bellezza che, nel taglio tra linee e dettagli esaltati dal morbido contrasto della ‘palette’, aprono quel ventaglio emozionale, a quella serialità nostalgica, ma sempre attualissima, che regala lo specchiarsi di un’ anima...
 
     Caterina Berardi


 

Pubblicato in data 04/02/2019