VENERDÌ 7 AGOSTO 2020 20:57
 

Arte

Una rassegna d'autore per una nuova collaborazione tra "ApertoArte" e "BK Galerie

Verona - Al Circolo Ufficiali di Castelvecchio

Nel magnifico spazio del Circolo Ufficiali a Castelvecchio, una sorprendente rassegna espositiva ha inaugurato il sesto ciclo ‘joint-venture’ (iniziato nel 2009)  tra la curatrice Fiorenza Canestrari ("ApertoArte") e la “BK Galerie”  di Innsbruck - diretta da Bertrand Kass.

  

Continua il fattivo sodalizio tra Fiorenza Canestrari e Bertrand Kass, nel proporre a Verona – considerata una delle più rappresentative sedi internazionali in ambito culturale  – eventi di grande caratura dove l’arte sposa la musica.  Un pubblico entusiasta accoglie il console Kass e l’introduzione agli Artisti retta con consumata maestria da Fiorenza Canestrari, con lo splendido concerto dell’arpista Diane Peters – Autrice ed interprete d’eccellenza -. Quattro gli artisti, provenienti da Austria e Germania, per oltre trenta opere in esposizione: un vero e proprio polo d’attrazione per attualità tematica. Uomo Ambiente Filosofia di Pensiero, sono il filo conduttore di un’ Humanitas scossa dall’incertezza  angosciosa dell’attuale momento storico ma non definitivamente prostrata.



Bernardette Bluemel   

La semantica dell’emozione sembra essere il Credo di Bernadette, giovane artista vocata ad un’attentissima ricerca sull’origine propulsoria del cuore. Un senso di fascinazione accompagna questa traiettoria di approfondimento che richiama la memoria degli antichi codici anatomici, ad esempio le Tavole del genio Leonardo - che, tra le infinite scoperte, risolse il coevo mistero della circolazione sanguigna - . Più semplicemente, ma non in scala riduttiva, Bluemel  cesella, in una miriade di solchi sottili, il cuore-simbolo di un’umanità  distratta ma al contempo timorosa nel percepire il battito della vita che scorre.  E’ una presenza immanente, non riferita ad un assetto divino ma ad una spiritualità di nuovo respiro. Quasi un mantra  da cui l’energia fluisce e fa ritorno in eterno corrispondere, raccontando di sé ma raccogliendosi in silenzio.  Nel timore, forse, di interrompere, con il ritmo implacabile e nevrotico dell’affanno quotidiano, quella infinita sequenza monotematica tra significante e significato, tra  ideogramma e graféma . Un tempo emozionale dove l’antico apre al nuovo, come lo sgorgare della sorgente leviga rocce primordiali. Si instaura un identico corrispondere tra Cuore ed Emozione, radice del sentimento, tra alfa ed oméga.  Arte, trionfo della Vita. Contro lo sterile bagaglio dell’inazione, nella vena pulsante a Nuove Idee.

     Barbara Hauser

‘Per viam’...Attraverso il viaggio, quel viaggio tangibile che apre gli occhi della mente e dell’anima, Barbara Hauser non soltanto alza le vele sul proprio percorso di crescita  identitaria, strappando le briglie al quotidiano ma è pronta a cedere, per missione di un misterioso sortilegio, (Marco Polo; i Grandi Navigatori; Lawrence d’Arabia; gli Uomini delle Vette) al fascino dell’incontro con le culture di nuovi genti del Pianeta. E, tra le radici della storia,  Indonesia, Africa, Olanda, Italia, Stati Uniti d'America, Bali, Messico e Australia, quell’identità viene  (come nella scia dello smarrirsi freudiana)  riplasmata  dal nuovo ‘experiri’. Ricreandosi non solo in ambito artistico, ma nel porsi di fronte alla nuova realtà come una nuova entità portatrice di nuova simbologia e stilemi: seguendo ‘ad viam’ una pulsante traiettoria di chiarificazione sociale che tocca l’umanità – soprattutto le categorie ‘a rischio’ e i diseredati - non da giudicante ma con profonda carica emozionale che fa scaturire nello spettatore un flusso di emozioni inconfessate. Spettacolari, per dimensione e quella tavolozza carica di magmatica energia , le enormi tele sovrastano lo spazio circostante, annullando i confini e proiettandoci nel cuore vivo del tema figurato. Oltre il totemico possente idolo - l’ Aborigeno, dallo sguardo penetrante e ossessivo in muto dialogo con riverberi luminosi e quei fondali sfumati nella nube di un ‘outback’ relegati al sogno per l’uomo occidentale - , i ritratti  ‘a luci rosse’, siano homeless, spogliarelliste o prostitute, richiamano anzitutto il ricordo del grande fotografo Stromholm (scomparso nel 2002, fu il primo ad avere infranto il tabù di fissare con l’obiettivo soggetti ‘trasgressivi’) e l’arte del mitico Rouault che per quel mondo nutri solidale partecipazione e non perbenistica indulgenza... Ma Barbara Hauser, da vera testimone, raccoglie e trasmette la potenza evocatrice di uno sguardo, il perno dell’espressività. Sono gli sguardi a ipnotizzare, stregandoci, in una sorta di inquieta allucinatoria sequenza...Gli sguardi che parlano di un’anima messa a nudo e defraudata di bimbe o ragazze di strada o cortigiane sono l’Icona di un vivere frammentato ma pronto a saltare il solco... Sfavilla il diamante nero della pupilla dove paura rassegnazione e sfida toccano vertici drammatici (Goya).


Guenther Osswald 

Una produzione provocatoria, contro gli schemi. Il mondo si divide in partecipi e indecisi. Tra compulsivi ed inetti. Non esiste una Legge Universale, né un super Ego. Esiste il parametro, scomodo e mai inflazionato della coscienza. Non riflessa né adattata a copia conforme, ma raggio auto-consapevole.  Le tele di Osswald sono specchi di inquietudine profonda che sottende il carisma di una vita umana vibrante ( Menschen), unico seriale portavoce di uno scenario fitto di inganni, ritorsioni, del tramite del ciò che potrebbe essere ma non è in una società alla deriva.  Netto è il ricorda dell’anima Pop e incandescente di Basquiat,  nonché, in chiave volutamente surrealista, della ferrea protesta di Grosz contro la violenza morale  affidata ad un Tempo che, nei suoi rintocchi, è quanto mai presente... Quel Tempo apocalittico il cui monito di sangue non resta inevaso ma si tuffa nella gradiente scala del blue o dei rossi, viola e prugna, fino all’incedere  sovrano del nero...Solo indugio, nei paesaggi, dove  il pennello di Osswald fende squarci di luce post-espressionista:  spiraglio di quiete apparente nella tempesta.

    Fritz Sieren

Il curriculum del dottor Sieren suscita un senso di profonda ammirazione per il multiforme proiettarsi di una personalità adamantina in equi  flussi energetici. Vale a dire, il senso appassionato della ricerca di sé tramite il Conoscere. Sono questi gli ‘incipit’ di una feconda sequenza simbiotica che vedono Sieren quale Intrepido Viaggiatore (solitario, appena  diciottenne e, in seguito,  membro di pluriennali spedizioni dall’Artico al Bahrain), consulente scientifico e saggista ( 23 progetti di libri e antologie, oltre a collaborazioni per prestigiose riviste di settore) e sentinella a tutela dell’eco-sistema. Una traiettoria in continua ascesa dove, inoltre, collimano studi artistico-accademici, il primariato in geriatria e le gioie della vita famigliare. Non stupisce, quindi, come quella di Sieren pittore e incisore sia una cangiante, corposa intuizione di protesta contro la cecità del consumismo esasperato che oblitera, in un lampo prospettico, l'intervento artistico nello spazio delle ‘big cities’, dipinto nell’evolversi fantasmagoricamente esasperato dei suoi trend. Sia le grandi tele ad olio con ‘fixage’ a collagene o i pannelli di linoleum incisi – dove soltanto il dettaglio dello sguardo è vivificato ad olio e l’inserto di pochi elementi ludici parla di evasione poetica e di Natura – non esulano, mi si consenta, dal parallelo filmico con la Cartoonia di Zemeckis, di cui ricordiamo il sapiente mix tra supposta innocenza e crudele prevaricazione di una razza padrona intesa al ‘framing’ dell’uomo comune. Così il vanto del ‘cool’ a tutti i costi calpesta un’interminabile pedana, sempre pronta allo ‘strike’ sui birilli di un compulso low-profile, da un trentennio indiscusso brand della collettività. Già, perché (salvo poche eccezioni) siamo gli eredi-ombra, allineati e consapevoli, di una pseudo-cultura  che nulla ha di sociale ma annega l’ onirico nel fumettistico: quella scomoda stampella, o tossico-dipendenza, rigurgitante mille ex-centrici idòla. Gira impazzita – cieca e sorda verso i diseredati – un’ umana folla, epigone del dandysmo voyeurista ad effetti speciali che, da Wilde o Beaudelaire, trascina d’Annunzio, Luisa Casati Stampa e i tycoons post-industriali. Infine, per Sieren, esiste possibilità di riscatto? E sia, purché l’ultima spiaggia o la tenue speranza frantumino intonando un canto di guerra le megalopoli - gabbie: ecco il leit-motiv di quei manifesti che raccontano una psico-geografia alla deriva ma non più disposta all’alienazione...

Caterina Berardi
 

Pubblicato in data 26/01/2015