VENERDÌ 24 SETTEMBRE 2021 23:44
 

Musica

MILANO - Madama Butterfly inaugura la nuova stagione della Scala

A 112 anni dalla prima assoluta, dal 7 dicembre 2016 il Maestro Riccardo Chailly riporta al Piermarini la versione in due atti pensata da Puccini per la prima del 1904.


 

    

Il nuovo allestimento ha visto il trionfo di Riccardo Chailly sia per la direzione orchestrale che per il progetto pucciniano. Tra gli artisti assoluta affermazione di Maria José Siri che riveste Cio-Cio-San, seguita dalla brava Annalisa Stroppa nel ruolo di Suzuki. Bravo anche Carlos Alvarez come console Scharpless; delude, invece, Bryan Hymel come Pinkerton, nonostante i successi americani. Buon risultato registico di Alvis Hermanis. Scene e costumi curatissimi di Hermanis e Leila Fteita e Kristine Jurjane.

Una prima che sottolinea il legame tra la Scala e questo capolavoro inserendosi nel processo di costruzione di una consapevolezza storica e musicale sulle opere di Puccini che costituisce una delle linee culturali portanti della programmazione scaligera.

L’opera nelle parole di Puccini e origine della composizione

Ora mi sono convinto che l’opera deve essere in due atti […] Il dramma deve correre alla fine senza interruzioni, serrato, efficace, terribile. […] Sono certo di inchiodare il mio pubblico e di mandarlo via non scontento. E avremo allo stesso tempo un taglio nuovo di opera, bastante per tenere una serata”. Con queste parole Giacomo Puccini perorava di fronte a un recalcitrante Giulio Ricordi il taglio innovatore della nascente Madama Butterfly, la “tragedia giapponese” che stava componendo a partire dall’omonima pièce di David Belasco che aveva visto a Londra nel 1900 e che era a sua volta tratta da un racconto dell’americano John Luther Long. La divisione in soli due atti rispondeva a un’esigenza di concentrazione drammatica che era evidentemente nello Zeitgeist del teatro musicale europeo: basti pensare agli atti unici di Strauss (Salome è del 1906, Elektra del 1909) che condividono con Butterfly la scabrosità dell’argomento e la drammatica morte in scena della protagonista.

Puccini l’ebbe vinta e l’opera andò in scena in due atti al Teatro alla Scala il 17 febbraio 1904 con la direzione di Cleofonte Campanini e Rosina Storchio come Cio-Cio San. La serata però fu più che contrastata: l’allestimento fu forse inadeguato ma di certo i nemici del compositore e del suo editore alimentarono le proteste che degenerarono in una bagarre (“un linciaggio” nelle parole di Puccini).

Dieter Schickling documenta, oltre alle due partiture del 1904 relative alle edizioni italiane, due edizioni relative alle esecuzioni inglesi nel 1906, due edizioni relative al debutto parigino nel 1906 e 1907 prima della terza edizione italiana nel 1907, ma il quadro è ulteriormente complicato dal ritrovamento di alcune copie con variazioni di pugno del compositore. Di particolare importanza sono i rimaneggiamenti avvenuti in occasione della prima di Parigi nel 1907, dove Albert Carré, direttore dell’Opéra Comique e responsabile dell’allestimento, insistette per smorzare tanto i tratti antiamericani quanto l’irrisione dei costumi giapponesi.

Alla Scala Butterfly non tornò fino al 1925, dopo la morte del compositore, nella versione in tre atti con la direzione di Toscanini e i costumi di Caramba: la Scala si riallineava così ai grandi teatri internazionali che avevano riconosciuto in Butterfly un capolavoro.

La versione 1904 torna alla Scala

Dopo Turandot e La fanciulla del West, prosegue il percorso artistico-filologico che sta riportando tutte le opere di Puccini alle originali intenzioni dell’autore. Infatti in questa messa in scena abbiamo ascoltato Madama Butterfly com’era prima che situazioni contingenti spingessero il musicista a modificarla e ad accettare varianti richieste dall’editore. Anche con La fanciulla del West si sono riaperti i tagli ed è stata ripristinata l’orchestrazione del primo manoscritto. È un lavoro complesso che Riccardo Chailly compie con Gabriele Dotto e i musicologi della Ricordi impegnati in questa attenta ricostruzione che deve tenere conto di molti fattori storici e ambientali.

 

L’allestimento

La messa in scena di Madama Butterfly vista il 7 dicembre alla Scala va considerata, a nostro parere, con favore. Per chi conosce Alvis Hermanis, regista di prosa e d’opera, attore, drammaturgo, sa che è una delle personalità più sfaccettate e imprevedibili del teatro contemporaneo. Come il regista stesso dichiara: “Io non ho uno stile; cerco per ogni titolo di trovare uno stile appropriato”.

Già famoso alla Scala per l’efficacia della sua resa de Die Soldaten di Zimmermann, ha radicalmente cambiato impostazione con la messa in scena tradizionale e pittorica de I due Foscari. Come del resto a Parigi faceva scalpore una versione avveniristica de La damnation de Faust. Pertanto c’era molta attesa per Madama Butterfly. Hermanis ne ha costruito una versione fedele al testo e molto orientata verso il teatro giapponese. Infatti è interessante come ha utilizzato il cosiddetto “spazio scenico”: un sorta di mondo intermedio in cui si incontrano il mondo divino e quello umano. Inoltre il palco è assai disadorno, a parte i fondali, mentre i costumi sono ricchissimi, broccato e seta. Ancora c’è tutta l’oggettistica che incombe sul palco tra le mani degli attori. Infine i movimenti degli attori estremamente stilizzati e ridotti all’essenziale eppure ogni cenno ha significati ben precisi. Gli attori devono possedere una mimica facciale. Tutto questo si ritrova in Madama Butterfly.

 

Gli artisti

         

   (nella foto, Maria José Siri)

Attesa la presenza di Maria José Siri, soprano uruguaiano ma residente in Italia (precisamente a Verona) da alcuni anni, di cui è conosciuta la sua sicurezza vocale e il temperamento scenico che l’hanno portata tra le interpreti più apprezzate della scena internazionale. Già “Aida” al Teatro alla Scala, ruolo in cui ha superato le 100 recite proprio a Verona, in Arena, ha lavorato con il Maestro Chailly nella Messa da Requiem a Mosca e la sta riprendendo in questi giorni a Berlino. Successivamente sarà a Torino per Manon Lescaut, e Tosca a Dresda e a Berlino.

Al suo esordio in Madama Butterfly, Maria José Siri ha conseguito un altro trionfo. Si è calata nella parte con molta preparazione conferendo al ruolo sogni, sofferenza, delusione, forza. Ha dato emozione alle parole del libretto e alla musica pucciniana. Ha poi espresso una gestualità preparata scientificamente che non ricordo di aver visto in altre edizioni. La sua è una organizzazione della gestualità che porta valori estetici che effondono ali di farfalla e stati d’animo. Perfetta la sincronizzazione del suo girotondo all’entrata di Sharpless nel secondo atto, con apertura e chiusura della vetrata, quando il console porta la cattiva notizia e l’immobilità della protagonista, immersa in un sogno/speranza/morte. Tuttavia Cio-Cio San continua a sperare e infatti la rivediamo dopo nel giardino in una delle sequenze più liriche dell’opera: “Gettiamo a mani piene mammole e tuberose, corolle di verbene, petali d'ogni fior!” Affiora il romanticismo pucciniano che Maria José Siri esprime con il suo filato sognante. Bellissima anche l’ultima scena con tutti i costumi di color bianco: in Giappone il colore della purezza e della lealtà, il colore della morte. Cio-Cio-San purifica la seduzione e l’abbandono con un coltello tanto, avuto in eredità dal padre, e nell’usanza jigai.

 

 (nella foto, Annalisa Stroppa)

  Al suo fianco Annalisa Stroppa, una bravissima Suzuki, mezzosoprano ormai presente nei maggiori teatri. Reduce da una Suzuki all’Opéra di Parigi, la sua partecipazione nell’opera ha dimostrato una presenza sicura e ben preparata anche sotto il profilo scenico.

 

  Il console Sharpless è Carlos Alvarez, al suo secondo titolo inaugurativo, infatti aveva recitato in Giovanna d’Arco. Con Chailly esordisce alla Scala nel 1996 cantando proprio nella parte di Sharpless. La presenza del baritono spagnolo assai adeguata al ruolo, una voce controllata in ogni momento e molto sfumata nella sua mediazione di funzionario ministeriale.

  

A Bryan Hymel è stato affidato di interpretare Pinkerton, forse uno dei personaggi più odiosi del melodramma. La sua performance ci sembra non essere stata all’altezza della sua fama, perché proviene da una serie di successi nello stesso ruolo a New York, a Vienna, e recentemente a Orange. Alla Scala aveva interpretato un ottimo Don José nella Carmen di Daniel Baremboin nel 2010. Il suo slancio tenorile fin dall’inizio, vocalità metallica benchè squillante, ha disorientato il personaggio che, pur ereditando dal libretto una versione di contrasto nei confronti della cultura giapponese, non ha saputo equilibrare sia nella voce che nell’impostazione scenica. A noi sembra che non sia riuscito ad amalgamarsi con i suoi partner in scena. Puccini in questa edizione gli ha perfino negato “Addio fiorito asil”. Ci piacerebbe sentire i suoi successi americani.

Fischiatissimo nel 1904, l’allestimento attuale di Madama Butterfly è stato salutato da moltissimi applausi. L’inaugurazione era stato ripresa da RAIUno, non succedeva dai tempi di Kleiber/Zeffirelli/Domingo/Freni. E’ stata una bella rivincita per Puccini, Chailly, La Scala, Pereira, Milano. Tutti ne devono andare orgogliosi.

Roberto Tirapelle

Pubblicato in data 12/01/2017