MERCOLEDÌ 22 SETTEMBRE 2021 15:46
 

Musica

Giovanna d'Arco di Verdi torna alla Scala dopo 150 anni

Anna Netrebko trionfatrice dell'opera, molti applausi anche per Francesco Meli e Carlos Alvarez. Rigorosa la concertazione di Riccardo Chailly verso orchestra, coro e cantanti.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto Teatro alla Scala)

La Stagione 2015/2016 al Teatro alla Scala si è inaugurata con Giovanna d'Arco di Giuseppe Verdi che proprio alla Scala ebbe la sua prima esecuzione il 15 febbraio 1845, con ben 17 recite. Il successo fu dovuto sia alla popolarità del valzerino intonato dagli spiriti maligni che successivamente sarà un refrain per gli organetti nelle strade milanesi, sia perché la protagonista doveva essere sempre una primadonna dalle qualità belcantistiche. In quella prima edizione il grande soprano fu Erminia Frezzolini (figlia d'arte di Giuseppe, basso) - considerata l'erede della grande Malibran - che aveva partecipato nel 1843 (quindi due anni prima della Giovanna d'Arco) al successo della prima dei Lombardi sempre alla Scala. In quel periodo i rapporti tra Verdi e la Scala si vanno degradando per problemi legati agli allestimenti scenici e si arriva alla rottura proprio con Giovanna. L'opera, del resto, poco gradita alla critica, fa un suo tour in alcuni teatri italiani come a Roma, Palermo, Napoli, Venezia. Andrà anche a Parigi ma poi comincerà il declino. Alla Scala ritornerà altre due volte: nel 1858 (con 7 rappresentazioni) con la voce di Rosa Devries e nel 1865 con la voce di Teresa Stolz. Diamo conto che l'opera fu sempre eseguita da artiste di grandissimo nome: si è passati da soprano lirico-drammatico come la Tebaldi e la Caballè per arrivare a soprano più vicine al belcanto come la Ricciarelli, la Anderson e la Devia. Lo stesso Chailly recuperò l'opera nel 1989 a Bologna proponendo Susan Dunn; nel 2013 anche il Festival della Valle d'Itria si impegnò con questo titolo portando sul palco Jessica Pratt e nel corso dello stesso anno il Festival di Salisburgo propose Anna Netrebko.

E proprio dal soprano russo cominciamo a parlare su questa apertura di Stagione. E' stata la trionfatrice assoluta dell'opera, ha cantato con un controllo di voce totale dall'inizio alla fine. Si possono avanzare delle osservazioni: la sua dizione non è perfetta, indugia in alcuni cantabili. Ma è una Giovanna d'Arco che confronterei senza alcuna paura con qualche mitico soprano del passato. Ha una forza interpretativa nel passare dalla solitudine alla follia, al fanatismo guerriero, sullo sfondo di un periodo e di un padre bigotto, che dal vivo conoscevamo poco.

I suoi colleghi hanno saputo affrontare i loro personaggi altrettanto bene, soprattutto con il susseguirsi delle recite. Francesco Meli nel ruolo di Carlo VII, re di Francia, ha dimostrato molta generosità anche considerando che ha dovuto esibirsi sotto un trucco difficile. Nella recita in cui noi eravamo presenti ha espresso sicurezza, coraggio, una voce costantemente bella. Meno fortunato il personaggio di Giacomo, pastore in Dom-Remi e padre di Giovanna, che doveva essere interpretato fin dalla inaugurazione da Carlos Alvarez, ma indisposto ha dovuto essere sostituito da Devid Cecconi, giovane baritono. Noi invece abbiamo avuto la fortuna di ascoltare il cast completo e quindi anche Carlos Alvarez che ne è uscito brillantemente. 

Alla direzione d'orchestra Riccardo Chailly, oggi Direttore Principale del Teatro dal gennaio 2015 e sarà Direttore Musicale dal gennaio 2017. L'allestimento di Giovanna d'Arco scelto da Chailly si inserisce nella linea artistica e culturale che darà forma alle stagioni scaligere dei prossimi anni: riproporre le opere che sono nate alla Scala e riallacciare il legame con l’immensa tradizione del nostro melodramma, allargando il numero dei titoli e alternando le opere più conosciute alla riscoperta di capolavori meno eseguiti.

Con Giovanna d'Arco Chailly ha voluto scommettere fino in fondo la sua scelta e in tal modo ha dato forza, smalto sonoro, drammaticità all'orchestra, coraggio da vendere ai cantanti, straordinario slancio al coro per merito anche del suo direttore, Bruno Casoni.

La regia questa volta è stata affidata a due noti registi, Patrice Caurier e Moshe Leiser che lavorano insieme dal 1983, realizzando più di un centinaio di allestimenti. Certamente un'opera come Giovanna d'Arco è difficile da mettere in scena per la carenza di allestimenti precedenti e anche per capire quale concept portare avanti nella trasformazione dell'eroina. Per noi interessanti sono stati i rimandi a Traviata: la scena iniziale del letto ricorda la fine di Violetta, agonizzante, un'altra figura verdiana che sognava l'indipendenza come Giovanna. E sempre l'oggetto letto, che insiste in questo allestimento, è simbolo di morte e di eros. Un eros potenziato dal bigottismo, dalla psicanalisi, dalla demonizzazione. Non per nulla “Pura e vergine sei tu?” venne cambiata in “Sacrilega sei tu”? dalla censura del tempo e non per niente anche il titolo dell'opera venne cambiato in Orietta di Lesbo.

Un'idea che invece non ci è piaciuta riguarda le proiezioni video. Il teatro da solo può risolvere ogni riflessione e, anche se adesso vanno molto di moda, è inutile ricorrere a questi mezzi senza particolare inventiva.

Ci sono molti modi per qualificare storicamente Giovanna d'Arco: guerriera, eretica, vestita da uomo, visionaria e mistica, santa! A noi piace ricordarla come l'ha incarnata Anna Netrebko, spada cimiero croce, voce e canto.

Roberto Tirapelle

Pubblicato in data 21/12/2015