MERCOLEDÌ 22 SETTEMBRE 2021 16:06
 

Musica

Applausi per Mosuc e Grigolo

La ripresa di Lucia di Lammermoor alla Scala

Regia di Mary Zimmermann, direzione di Stefano Ranzani

(nella foto, Elena Mosuc, cr Paulo Cesar)

Ripresa della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti al Teatro alla Scala nell’allestimento di Mary Zimmermann con la direzione di Stefano Ranzani (dal 28 maggio all’11 giugno 2015).  L’edizione è stata coprodotta con il Metropolitan di New York dove aveva inaugurato la stagione 2007/2008 ed è stata presentata per la prima volta a Milano nel 2014.

 Come nella maggior parte degli allestimenti americani l’impianto è tradizionale però fa riferimento ad alcuni artisti della fucina di Chicago (Lookingglass Theatre Company) quali Daniel Osting per le scenografie e Mara Blumenfeld per i costumi, collaboratori da anni della regista Mary Zimmermann. Artisti interessanti benchè il risultato scenografico e costumistico sia consolidato da austerità e bellezza.

 Alla direzione orchestrale il maestro Stefano Ranzani, milanese, e quindi attivo in casa propria da anni, oltre ad essere ospite regolare delle più importanti istituzioni internazionali.  Ranzani si era cimentato nella Lucia di Lammermoor alla Scala già nel 1992 e 1997 e la sua prestazione ci è sembrata di routine, molto corretta ma nulla di particolarmente personale.  Interessante invece il ripristino della Glasharmonika o armonica a bicchieri, originariamente prevista da Donizetti per ammantare di un’atmosfera spettrale il delirio della protagonista, ma sostituita nella maggior parte delle esecuzioni dalla cadenza del flauto. L’armonica a bicchieri era stata utilizzata per l’ultima volta alla Scala nel 2006, nell’edizione diretta da Roberto Abbado.

 La protagonista della serata è stata sicuramente Elena Mosuc nel ruolo di Lucia che ha sostituito all’ultimo la grande Diana Damrau, ormai cantante acclamata nel mondo e soprattutto a Milano. Elena Mosuc, soprano di grande talento, tornata alla Scala dopo i successi di Luisa Miller, La traviata e Rigoletto, ha avuto un successo personale. Il soprano rumeno ha due cavalli di battaglia nel suo repertorio e cioè il personaggio di Violetta e di Lucia e quindi non siamo sorpresi della sua interpretazione. Tuttavia nella recita a cui abbiamo assistito ha stabilito subito una sintonia grandissima tra palcoscenico e pubblico. Vocalmente la sua prestazione ha subito centrato i mezzi espressivi richiesti dal ruolo ed è andata in crescendo fino alla scena della ‘Pazzia’, dove ha trovato nell’accompagnamento della Glasharmonika un perfetto controcanto con la sua voce.

    Al suo fianco un altro artista tra i più amati dal pubblico milanese, Vittorio Grigolo.  Ormai Grigolo, 38 anni, è un veterano del Piermarini: debutto nel 2000 con Riccardo Muti e poi un seguito di recite.  La sua ultima esibizione scaligera, nel 2014, è proprio nel ruolo di Edgardo nella Lucia, che era allora Albina Shagimuratova. Vittorio Grigolo tornerà alla Scala dal 19 agosto nei panni di Rodolfo accanto alla Mimì di Maria Agresta nella Bohème diretta da Gustavo Dudamel con la Simón Bolívar.

Sicuramente Sir Edgardo di Ravenswood è uno dei ruoli a lui più congeniali: veemenza, volume, proiezione, timbro.  Certamente queste virtù si armonizzano poco agli spazi elegiaci che restano più in ombra. Prestazione applauditissima.

Con loro Gabriele Viviani, baritono lucchese già ascoltato alla Scala in numerosi ruoli, nella parte di Enrico, che è stato molto apprezzato. Grande presenza scenica che lo rende azzeccato nel ruolo, un smalto baritonale che a volte emoziona, voce ferma.

Invece Juan José de León nella parte di Lord Arturo e Alexander Tsymbalyuk in quella di Raimondo, sono piuttosto deludenti sia sul piano vocale che interpretativo.

Completano il cast due giovani voci provenienti dall’Accademia del Teatro alla Scala: Chiara Isotton nella parte di Alisa e Edoardo Milletti nella parte di Normanno. Entrambi, con alcune situazioni da perfezionare, sono promettenti.

 Donizetti è compositore del Belcanto e di quello difficile che ha bisogno di specificità vocali riconosciute. Ebbene un buon esempio lo abbiamo avuto in questo allestimento. Certamente si vive anche di ricordi: dalla Fanny Tacchinardi Persiani della prima del San Carlo nel 1835, dalla Adelaide Kemble a Milano nel 1839, da Nelly Melba del 1893, a Toti dal Monte nel 1922, a Maria Callas nel 1954, fino a tutte le altre stelle che si sono susseguite (Rinaldi, Cioni, Moffo, Sills, Serra, Aliberti, Gruberova, Devia, Ciofi, Sutherland, Scotto). La storia operistica di “Lucia” è sempre intensa e comprende una febbrile eccitazione, vocale ed emotiva, di tutte le sue protagoniste sul palcoscenico, come quella che abbiamo vissuto oggi.    

 Roberto Tirapelle

Pubblicato in data 09/06/2015