MARTEDÌ 21 SETTEMBRE 2021 07:59
 

Musica

Milano - Ritorna alla Scala il "Simon Boccanegra" con due cast

Nel primo cast trionfa Leo Nucci e Carmen Giannattasio riceve molti consensi.

 

Come ultimo titolo della Stagione 2014 il Teatro alla Scala ha ripreso il “Simon Boccanegra” edizione del 2010, con un cast quasi simile per quanto riguarda Barenboim/Domingo/Sartori  invece cambiato nel secondo cast con Ranzani/Nucci/Giannattasio. Prima c’era stata l’edizione del 1988 in forma di concerto con Solti/Nucci/Price, prima ancora cominciano le edizioni memorabili 1971-82 con Claudio Abbado/Giorgio Strehler e i vari cast che ormai ricordiamo nei dischi e nei programmi di sala (Cappuccilli, Freni, Chiaurov, Luchetti, Siepi, ecc.).

Noi vi diamo conto del primo cast che si è presentato alla ribalta e cioè quello con Ranzani/Nucci/Giannattasio/Vargas.

Riprendendo l’edizione del 2010 in coproduzione con Staatsoper Unter den Linden, l’opera, piuttosto complessa nelle angolature delle condizioni sociali e parentali, aveva già qualche limite soprattutto di regia.  Sappiamo che il “Simon”, con libretto di Piave e Boito, sia opera ispirata ad un testo di Gutierrez. Già Verdi aveva fatto ricorso al drammaturgo spagnolo per “Il trovatore”, ora lo preferisce per la sua ambientazione genovese, la città dove il compositore trascorre alcuni inverni e revisiona il Boccanegra. 

Illustrati per sommi capi i doverosi antefatti, il “Simon” è una delle opere tanto più cupe e dolci quanto è di più politico, sognante, utopico nel melodramma verdiano. Del resto l’interpretazione di un Leo Nucci ancora sommo, in un ruolo in cui si immedesima totalmente ai suoi volumi squillanti e arcani, sancisce anche quel testo poetico di Calderon de la Barca che fa “Se è vero che questo è un sogno, voglio sognare il piacere prima che in pianto si muti”.

Al suo fianco  Carmen Giannattasio è una Amelia che sa reggergli il confronto. Scenicamente ineccepibile colora il suo personaggio più di sangue corsaro che di nobiltà. Solo un’attenzione a qualche sovracuto, potrebbe sfaldare una voce così calda e ricca.

Ramon Vargas, voce tenorile di lunga carriera, è il gentiluomo genovese Gabriele Adorno.  Sa destreggiarsi scenicamente sempre bene, forse non è il suo ruolo più adatto nei passaggi drammatici.

Alexander Tsymbalyuk copre il personaggio di Jacopo Fiesco, nobile genovese, con una corporatura imponente, tale da consentirgli una sicura presenza scenica. Gode di un ottimo  registro centrale, ma il ruolo da soddisfare è arduo e pertanto deve perfezionare alcune zone d’ombra.

Anche Vitaliy Bilyy nella parte di Paolo Albiani, cortigiano favorito del Doge, non ha vita facile. Il suo interessante registro basso e una capacità scenica lo rendono aderente al suo personaggio.

La direzione orchestrale è forse il limite più vistoso di questo primo cast.  Era affidata a Stefano Ranzani che ha dimostrato solo capacità sufficenti per portare in porto una partitura complessa.  Intanto preferisce seguire più l’Orchestra che i cantanti che, essendo grossi artisti, si sono misurati da par loro. Anche il coro non ha dato il consueto afflato di dinamismo e religiosità.

Ci spiace per un regista come Federico Tiezzi, già in campo lirico dal ’91, e una capacità di visione e di sperimentazione sorprendenti dagli anni ’70,  che ci presenta un’operazione piuttosto statica dove il mare non si vede. E’ il mare la grande nostalgia di Simone che lo evoca come “regno ampio dei mari”, la patria sognata del corsaro, l’ultimo refrigerio prima della morte. Interessante, invece, il lavoro sulla pittura che è stata scelta quella di Burnes-Jones e di Dante Gabriele Rossetti nonché di Caspar David Friedrich, come il Coro nel finale vestito in abiti ottocenteschi. 

Roberto Tirapelle

 

Pubblicato in data 07/11/2014