MARTEDÌ 21 SETTEMBRE 2021 06:29
 

Musica

Georgiadis, Marzot, Pomodoro, Ponnelle.

Amici della Scala: quattro nuove monografie di Vittoria Crespi Morbio

 

L’attività editoriale degli Amici della Scala in collaborazione con Umberto Allemandi & C. non si limita ai preziosi volumi che ogni anno, in occasione del 7 dicembre, vengono editati per l’inaugurazione della Stagione, bensì continua con una serie di monografie che vengono raggruppate per ogni annata.  Le ultime quattro edizioni si sono focalizzate su Nicholas Georgiadis, Vera Marzot, Arnaldo Pomodoro, Jean-Pierre Ponnelle.  I volumi sono strutturalmente diversi dalla strenna del 7 dicembre. Sono più piccoli, mediamente duecento pagine, ma hanno il pregio di essere agili e precisi, con quel sapore della storia che gli viene conferito dalla pubblicazione di un patrimonio di oggetti che sono la ricchezza della Scala. Se leggessimo gli artisti che compongono la collezione delle 11 annate, potremo dire che vi è rappresentato tutto il mondo della Scala e della cultura in generale e di quella italiana in particolare: da Burri a Ponti, da Tosi a Usellini, da Ceroli a Buzzati, da Zuffi a Fiume, da Aulenti a Vespignani, a Bussotti, a Sironi.

 Personalmente degli ultimi quattro immensi artisti pubblicati, sono più legato ad Arnaldo Pomodoro  perché sono sempre stato vicino a Milano. Da quando ho frequentato gli spazi straordinari di Via Solari (2005-2011), nell’obiettivo di aver riqualificato lo spazio post-industriale delle Acciaierie Riva & Calzoni. Quelle occasioni mi avevano dato il senso che la coraggiosa vitalità di Pomodoro andasse a pari passo con il work in progress di una città che volesse diventare di statura internazionale, di dialogare con la cultura sensoriale e urbanistica anche fuori dell’Europa. Ed ecco che non c’è solo scultura, ma pittura, fotografia, musica, teatro, letteratura. Da Mulas a Novelli, da Kounellis a Ermanno Olmi, da Magdalena Abakanowicz a Cristina Iglesias. Fino alla generazione 2.0.   

Il secondo artista che maggiormente mi affascina è Jean-Pierre Ponnelle,  un francese che ha colto con intelligenza l’opportunità di abbracciare il mondo.

(nella foto, da sinistra J.P. Ponnelle, Claudio Abbado, Romano Gandolfi, 1973)

Appartiene ad una storia ancora recente ma che è già testimone indissolubile del teatro d’opera del Novecento.  Sarà sufficiente ricordare le messe in scena rossiniane dirette da Claudio Abbado, ma dopo ci sono i suoi oltre duecento titoli, dall’opera alla prosa, dal balletto alle produzioni televisive e filmiche. Credo che la sua ispirazione più feconda fu Rossini, forse “La Cenerentola”, quella con Teresa Berganza o la Lucia Valentini Terrani. Siamo nel 71 al Maggio e ad Edimburgo, nel 73 alla Scala. O forse “L’italiana in Algeri” con Isabelle quali Berganza, Terrani o Marilyn Horne. Ma la creazione che più mi sorprese furono i figurini, a matita e tempera su carta, di Isabella, Lindoro, Taddeo, Mustafà, Pappataci.

(nella foto, Teresa Berganza in "L'italiana in Algeri", 1973)

Niente è kitsch, tutto è colore, pieno di vita, bianco e rosso, sipari, tende, luci, gesti e corpo tutt’uno con la quinta dipinta. Dobbiamo anche ricordare l’esordio milanese del ’68 con il “Don Carlo”, un kolossal un po’ tetro, funereo e dal cast leggendario: Cossotto, Prevedi, Cappuccilli, Chiaurov, Orlandi-Malaspina. Voglio anche citare una “Donna senz’ombra” nell’86 che lascia un segno di eleganza superiore nel suo repertorio: Oriente, bambù rosso, luna blu, un attonito spazio nero scalfito da squarci di luce. Sul palco William Johns, Eva Marton, Brigitte Fassbaender. Nel ’99 la riprese anche Giuseppe Sinopoli.

Del terzo talento monografato e cioè Nicholas Georgiadis  mi limito a dire, perché dovrò approfondire il mio sapere, che creò le scene e costumi per MacMillan, Nureyev, Margot Fonteyn e Carla Fracci e conquistandosi quel palcoscenico e quel successo che tuttora il pubblico può ammirare.

   Di Vera Marzot, invece, mi riservo un racconto più ampio perché mi investe da vicino sia nel teatro che nel cinema. E’ stato una autentica Signora del costume, rigorosa ed elegante, armonizzando le necessità del regista e dello scenografo. Infatti massima attenzione va al cappello: “calzato male può sciupare un bel costume”.

 (nella foto di sinistra, Vera Marzot e Tirelli, 1982)

 

Roberto Tirapelle

Pubblicato in data 13/04/2014