MARTEDÌ 21 SETTEMBRE 2021 06:47
 

Musica

Alla Scala, per la prima volta, "Una sposa per lo Zar"

Da Ivan il Terribile, Tcherniakov rappresenta la tirannia virtuale.

Direttore: Daniel Barenboim - Regia e scene: Dmitri Tcherniakov
Costumi: Elena Zilseva - Luci: Gleb Filschtinsky


Nuova produzione
In coproduzione con Staatsoper Unter den Linden Berlino
 

(foto di Marco Brescia & Rudi Amisano)

    A Milano è approdata una coproduzione coraggiosa portata nel Teatro del Piermarini dalla Staatsoper Unter den Linden di Berlino. Nona, tra le quindici opere composte dal maestro russo Rimskij-Korsakov, si colloca tra “La boiarda Vera Seloga” e “La fiaba dello zar Saltan”,  ha avuto scarse rappresentazioni in Europa. A Berlino era dal 1948 che non andava più in scena, e nei palcoscenici sovietici ebbe all’inizio mediocre fortuna, nonostante si ricordino cast leggendari. Infatti la sua prima assoluta, nel 1899, avvenne a opera di un impresario privato, Savva Mamontovin al Teatro Solodovnikov. I Teatri Imperiali la accolsero più tardi e sempre come compositore non gradito alla corte. Nei decenni successivi invece divenne l’opera di Rimskij più popolare in Russia.

(nella foto Rimskij-Korsakov, olio su tela, Galleria Tret'jakov, Mosca)

 Del resto è un’opera “politica”, lontana dai libretti pastorali e idilliaci cui il compositore ci aveva abituato. Ha un soggetto cruento fatto di tradimenti, passioni, torture.  E anche l’orchestrazione a volte ariosa e lirica, a volte scabra e intimistica. Spesso l’orchestra è muta e lascia spazio solo al canto, quasi un’intimidazione della parola sulla strumentazione.

Cominciamo da Tcherniakov, lo stesso regista russo che aveva messo in scena “La Traviata”, opera d’inaugurazione della Scala lo scorso Dicembre e accolta con molti contrasti. In realtà l’allestimento di “Traviata” non ci è sembrato capire dove volesse collocarsi, non in una cornice da camera dove la musica verdiana soccombe definitivamente con i cantanti, né i dolci e sfarzosi momenti parigini che si spogliano subito di quelle illusioni d’amore che lo spirito di Verdi voleva almeno un po’ attardarsi, prima che Violetta si coprisse in un lenzuolo bianco, definitivamente cadavere.

Nell’allestimento adattato per Rimskij-Korsakov, invece, c’è il coraggio della rottura con l’ambiente millecinquecentesco, quel clima di sospetto e di intrigo voluto dalle famiglie boiarde più in vista, quelle degli Sujskij e dei Belskij.  Tcherniakov  ambienta l’opera in un set televisivo, popolato di cameramen e riflettori e movimentato da un sistema di chat dove si compongono in modo virtuale i destini, si modula il profilo dello zar, si decide quale sarà la sua nuova sposa.  Si crea un forte disegno di immagini che impatta sul concetto stesso di potere, bramosia, paura, repressione.  Un gioco delle parti in cui si incrociano virtualmente lo zar, la zarina, le famiglie. E certamente il gioco va governato da un Direttore e da un cast all’altezza.

Da Daniel Barenboim, di cui conosciamo le capacità non solo direttoriali, ci aspettavamo una maggiore partecipazione fisica e musicale.  Per fortuna è stato assecondato da una Orchestra bellissima, dai violoncelli è uscito un suono caldo, fiati e percussioni squillanti. La recitazione dei cantanti ha avuto modo di esprimersi più sul lavoro di regia che su quello concertato.  

Sulla carta il cast vocale doveva essere di grande impatto e di specialisti ma non tutti, soprattutto sul versante maschile, si sono dimostrati all’altezza dell’opera.

Johannes Martin Kranzle è Grjaznoj, un Oprichniko, cioè dell’esercito privato dello Zar, regolarmente vestito di nero per incutere più terrore. E’ un baritono di solido impianto, cui la parte si addice, un po’ solitario e un po’ cupo.

Marina Prudenskaya è Ljubasa, amante di Grjaznoj e rigettata dallo stesso perché innamorato di Marfa, promessa sposa al nobile Ivan Lykov. Dicevamo della Prudenskaya, mezzo zoprano delizioso che, tra il suo repertorio, ricordiamo in “Olga” di Eugene Onegin. Qui in Ljubasa si impone subito nell’aria solitaria senza orchestra, cantata a cappella, una meditazione malinconica sotto i riflettori dello “studio”. Certamente il passo non è breve tra il passato medievale russo e l’era virtuale del web.         

 

(nella foto sopra, Johannes Kranzle e Olga Peretyatko)

Olga Peretyatko è Marfa. Soprano di San Pietroburgo è berlinese di perfezionamento, e tra i suoi ruoli spicca “Lucia di Lammermoor”, non a caso la sua Marfa nella scena della follia dell’ultimo atto è voce vibrante, dimostra un fluido di recitazione e di liricità tutt’uno con la musica di Korsakov.  

(nella foto, in alto Olga Peretyatko, in basso Marina Prudenskaya)

Anatoly Kotscherga è Sobakin, padre di Marfa. Basso ucraino, è una figura molto tagliata sul personaggio ma oggi ha perso la levatura di quando faceva “Khovanshchina”. Pavel Cernoch è il nobile Lykov. Tenore di Brno non è risultato in voce e ha faticato a finire l’opera. Non si può certo dimenticare Anna Tomowa-Sintow nel ruolo cameo di Saburova, madre di Ljubasa. Il leggendario soprano bulgaro, tanto caro a Herbert von Karajan, potrebbe ora lasciare spazio ai suoi colleghi più giovani che hanno bisogno di ingaggi su palcoscenici a Berlino come alla Scala.

Roberto Tirapelle

il cast

Vasilij Stepanovic Sobakin: Anatoly Kotscherga
Marfa: Olga Peretyatko
Grigorij Grigor'evic Griaznoj: Johannes Martin Kränzle
Maljuta Skuratov: Tobias Schabel
Ivan Sergeevich Lykov: Pavel Cernoch
Ljubaša: Marina Prudenskaya
Elisej Bomelij: Stephan Rügamer
Domna Ivanovna Saburova: Anna Tomowa-Sintow
Dunjaša: Anna Lapkovskaja
Petrovna: Carola Höhn
 
(nella foto, Marina Prudenskaya e Johannes Kranzle)
 

Pubblicato in data 18/03/2014