GIOVEDÌ 22 AGOSTO 2019 19:32
 

Cover

Francesca Sassu a Verona, da "Norma" a "Il viaggio a Reims"

"Solo a Verona vive la lirica dei tempi che io non ho conosciuto, gli anni sessanta. L'unica altra città è Vienna".

(Francesca Sassu, Norma, cr. FotoEnnevi/Fondazione Arena) 

Sono dichiarazioni forti queste espresse nell’intervista a Francesca Sassu ma, oltre a farci ritornare quell’orgoglio per Verona che abbiamo un po’ dimenticato negli ultimi mesi, connotano già una persona determinata, uno dei soprani più talentuosi della sua generazione.

     Nell’interpretazione di “Norma” al Filarmonico appena conclusa mi sono piaciuti la sua preparazione musicale e il suo filato lungo, meraviglioso. Potrebbe parlarmi di come ha affrontato il debutto nel ruolo in rapporto alla voce?

“Vorrei fare una premessa. Io non imito nessuno. La direzione artistica precedente della Fondazione aveva deciso di costituire per “Norma” due cast: uno con voci spinte drammatiche, l’altro con voci più liriche. La mia presenza avrebbe fatto parte del secondo. Non sono mai uscita dal mio repertorio di soprano lirico pieno e pertanto ho dovuto pensarci molto per convincermi. Ho affrontato il ruolo con estrema umiltà come del resto faccio con le altre opere. “

A maggior ragione “Norma” risente di una storia vocale particolare?

“Il ruolo di Norma come per Violetta in “Traviata” o di Floria Tosca soffrono dei fantasmi irripetibili del passato (ad esempio Caballé, Callas) che sarebbe stupido imitare. Scopiazzamenti inutili di fatti che non si possono replicare perché sono stati unici.”

In che modo si è preparata su un personaggio così importante?

“Alla fine ho accettato il ruolo perché Bellini è belcanto. Tosca non avrei mai pensato di cantarla. Ho studiato molto e mi è sembrato che la mia voce funzionasse, soprattutto per la tenuta. La vocalità di Norma si presta a più livelli di letture musicali e vocali, come il filone donizettiano, come le Regine.” “Nella parte drammatica gioco di più sull’accento, sulla articolazione della parola, mi concentro sul lato intimistico. Una Norma meno Medea più umana”. Ad esempio la Signora Devia e la signora Mosuc hanno fatto grandi Norme, ho ascoltato anche le grandi interpreti che ho citato prima. Ho voluto trovare una dimensione all’interno della mia vocalità.”

“L’allestimento di Verona è stato elegante e la direzione del maestro Francesco Ivan Ciampa estremamente raffinata sui piani orchestrali, lavora sui colori della voce e della espressività. Siamo stati subito sulla stessa lunghezza d’onda. Spero di lavorare presto ancora con lui”.

Lei è quasi di casa a Verona, ha cantato anche in Arena nel 2016 in “Carmen”. Come si è trovata teatralmente in questa città? 

“Sì, qui a Verona ho fatto Micaela in Arena, il “Gloria” di Poulenc per soprano, orchestra e coro al Teatro Ristori, poi la Prima dama nel “Die Zauberflote” al Filarmonico. A Verona ho lavorato benissimo, è una città che amo, mi ci trasferirei. Teatralmente sono stata accolta benissimo ho avuto un imprinting assai positivo. Un curiosità importante: ho fatto una sola recita in Carmen ed è stata la serata con il maggior numero di spettatori della stagione. Si figuri che emozione. A Verona c’è un impatto con il pubblico che non ho riscontrato in altri teatri benchè famosi. Le persone dopo la recita ti fermano, ti chiedono autografi, una fila di persone che ti aspettano. Solo alla Wiener Staatsoper accade un fatto come questo anche perché c’è una sala per gli autografi. A Verona si vive la lirica dei tempi che io non ho conosciuto, quella degli anni ‘60. Prima delle recite ricevo messaggi dai fan giapponesi, vengono a trovarmi in camerino. Fatti che riempiono il cuore.”

E il problema della voce-spazio in Arena come le è sembrato?

“Non ho una voce immensa, ma è ben proiettata, non ci si aspetti che torni indietro. L’Arena senza microfoni, per fortuna, angolandosi in diagonale permette alla voce di girare e ritornare indietro. Quindi hai un ritorno.”

Può parlarci della sua presenza nel “Viaggio a Reims” in cui copre il ruolo di Madama Cortese dal 20 al 28 maggio.

“Madama Cortese è un personaggio estremamente divertente. Non ha una ricchissima drammaturgia e si basa sulla simpatia del personaggio. E’ importante l’idea registica che può venirne fuori dallo spettacolo. Non ho mai lavorato con il regista Maestrini ma credo che l’allestimento abbia dei risultati gradevolissimi. Inoltre ci saranno anche dei cartoni animati, sarà divertentissimo. Sto lavorando con dei colleghi di alto livello. Madama Cortese è un ruolo fondamentale nell’economia dell’opera. E’ l’unico personaggio non nobile, non è una invitata all’incoronazione di Re Carlo X. Lei è la proprietaria del “Giglio d’Oro”, fa l’oste e coordina tutte le operazioni.”

Lei ha partecipato a due prime esecuzioni mondiali. A cominciare da “Il matrimonio inaspettato” di Paisiello.

“Il Maestro Muti ogni anno scova dal Conservatorio di Napoli un manoscritto che viene revisionato oppure orchestrato, a cui manca addirittura il canto piano. Durante il Festival di Pentecoste a Salisburgo viene dedicata una sezione ad autori della scuola napoletana settecentesca. In questo caso, nel 2008, è stata una edizione particolarmente fortunata perché “Il matrimonio inaspettato” è una commedia, molto divertente, con una grande freschezza inventiva. Io ho ricoperto la figura della Contessa di Sarzana. Lo spettacolo è stato accolto con una standing ovation. Ha avuto una messa in scena tradizionale con degli artisti bravissimi come Markus Werba, Nicola Alaimo, e soprattutto Alessia Nadin, amica da una vita. Io e lei abbiamo un feeling musicale che ci ha aiutato molto anche a cantare insieme come Norma e Adalgisa.”

Come è avvenuto l’ingaggio a Salisburgo con il Maestro Muti?

“Mi fecero fare una audizione e il Maestro decise di prendermi subito. Avevo seguito un perfezionamento di canto sotto la guida di Barbara Frittoli, artista lanciata e consacrata dal Maestro Muti. La signora Frittoli fa una ricerca della parola sulla musica, è una forma mentis mutiana. Avendo acquisito questo tipo di insegnamento mi ha agevolato a lavorare con lui. Quando il Maestro dava consigli ai cantanti io ho scritto sulla partitura le annotazioni di tutti i ruoli ed è stato un grande insegnamento. Quando si hanno di fronte recitativi non bellissimi ma grazie a lui si approccia allo studio del partito, la musica cambia completamente. Quando si affronta Verdi, o Puccini o Bellini sulla parola, tutto diventa un melos. E questa è la forma mentis.

   (ph. Atelier Musicale)

       La seconda esecuzione è “Cleopatra” di Cimarosa, per il ruolo di Antonio.

Anche questa è stata una prima mondiale al teatro “Caio Melisso” di Spoleto nel 2005. L’opera con la revisione di Franco Piva, fu diretta da Laurent Campellone, musicista di grande finezza interpretativa, particolarmente portato per il repertorio del ‘700, e firmata da Lucio Gabriele Dolcini. Venivano utilizzati due soprano, uno per Cleopatra e uno per Antonio, il mio ruolo, en travesti. E’ il cosiddetto soprano secondo.”

E in questa occasione come è avvenuta la scrittura?

“Vinsi a Spoleto il concorso, avevo 20 anni. Si vince un debutto per due anni e ciò mi ha dato la possibilità di fare “Oberto” in tre teatri, “Cleopatra” appunto, e “Bohème”, la prima di una serie.”

Non ho visto nel suo repertorio un autore prediletto che continua a frequentare?

“Ho una voce difficilmente inquadrabile in un autore. Prossimamente ci sarà un Verdi, ci sarà Mozart, uno degli autori che ho recitato maggiormente a cominciare da “Idomeneo” a Stresa con la direzione di Noseda”.

    intervista a cura di roberto tirapelle


(Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Fondazione Arena)

Pubblicato in data 14/05/2017