VENERDÌ 24 SETTEMBRE 2021 22:50
 

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Massimo Cavalletti, un baritono per il vecchio e il nuovo mondo

Dal 16 novembre al Metropolitan, per la centesima recita di Marcello ne "La Bohème"

(nella foto Editar, Massimo Cavalletti)

  (nella foto, "La Bohème", edizione Regio di Torino, 2016)

 

Massimo Cavalletti è appena reduce dalla produzione di “Bohème” al Regio di Torino per i 120 anni dell’opera. Un allestimento portato al successo dal cast (Irina Lungu e Giorgio Berrugi, tra i protagonisti) e dal direttore d’orchestra Gianandrea Noseda e Àlex Ollé, il regista de La Fura dels Baus.   La sua voce scura e robusta e una magmatica presenza scenica hanno fatto di Massimo Cavalletti il baritono che ha conquistato i teatri europei, quali il Teatro alla Scala, Covent Garden oppure lo Staatsoper di Vienna, l'Opernhaus di Zurigo e il Festival di Salisburgo, ma altrettanto quelli d’oltre oceano - il Metropolitan Opera di New York o, all’altro capo del mondo - il New National Theatre di Tokyo.

Del resto ,così si esprime il coro della stampa specializzata, iniziando da Anthony Tommasini, New York Times: “Il baritono Massimo Cavalletti dal timbro vellutato e affascinante”. Jonathan Sutherland , da Zurigo per “L’elisir d’amore” afferma: “L'eccellenza vocale continua col Belcore di Massimo Cavalletti. La sua interpretazione è memorabile non solo per la presenza scenica da fanfarone ma soprattutto per qualità vocali di eccezionale caratura e per un registro acuto squillante e di grande facilità”. Roberta Pacifico, da Milano per “La Bohème”, scrive: “Ottima prestazione quella di Massimo Cavalletti nel ruolo di Marcello. Il baritono ha interpretato il giovane pittore dal buon cuore con una bella voce rotonda e potente, tratteggiando con precisione il personaggio anche dal punto di vista scenico”.

Già a New York per partecipare alle recite del Metropolitan, il maestro Cavalletti ci concede una lunga intervista su alcuni aspetti salienti della sua carriera e dei ruoli interpretati, nonché sulle aspettative delle nuove generazioni. 

(nella foto a d, "La Bohème, edizione Met, New York, 2016)

Maestro, vorrei in prima battuta porre una domanda importante. Lei è un artista della nuova generazione (almeno così io la reputo) di cantanti che nulla ha da invidiare a quelle precedenti. A parer suo, quali le differenti caratterizzazioni rispetto agli interpreti degli anni ‘50?

 

Gli anni ‘50 sono stati gli anni d’oro della lirica, l’opera era equiparata al cinema, gli artisti erano molto famosi e chiacchierati, c’era un interesse molto alto che proveniva da tutti i mezzi di informazione, sia radio che televisione, ogni persona anche le più comuni conoscevano o leggevano dei divi del teatro lirico (e non solo dei più famosi) e il frequentare il teatro era una forma molto alta di istruzione e di comunicazione culturale.
Per ciò che concerne il livello di esecuzione delle prestazioni artistiche posso dire - da quello che ho ascoltato sui dischi e in rete e per le informazioni riportate da quanti furono presenti in quell’epoca – come lo spettacolo fosse ben più statico, che non oggi, anche dal punto di vista dell’azione scenica. Tutto era centrato sulla voce e sull’esecuzione musicale.

C’erano molte più prove e molto più tempo per lavorare con i direttori - che dedicavano le settimane a provare con gli artisti in sala e poi anche sul palco insieme con i registi e con i maestri accompagnatori -: tutto ciò ancor prima di andare in orchestra.

Oggi invece si vive la frenesia del lavoro e soprattutto le ristrettezze economiche portano al taglio drastico delle prove. Spesso si va in scena con una quantità esagerata di prove di regia e un numero davvero esiguo di prove musicali e d’orchestra. Tutto questo a sfavore di una precisione e di una perfezione dell’esecuzione musicale legata all’interpretazione scenica. Oggi, credo che il nostro lavoro sia diventato davvero complicato e che, per ottenere il livello che riusciamo a raggiungere, siamo arrivati veramente a un’incredibile concretezza tra tempo dedicato e risultato finale.
Ascolto con grande gioia e con ammirazione i grandi artisti del passato e con alcuni di loro, tuttora in attività, ho avuto anche la fortuna di lavorare. Vedo, d’altro canto, la grande differenza di resa quando ho lavorato con artisti nati tra il 1935 e il 1960 e quando invece lavoro con artisti nati dopo il 70! Anche l’attenzione dei direttori o dei registi è completamente diversa, si mantiene un altro passo e loro ottengono una attenzione maggiore, non legata a capricci da star, ma proprio per il loro diverso approccio al lavoro. Mi auguro si possa in futuro recuperare, almeno in parte, quest’ approccio, nonché un lavoro più meticoloso di studio della partitura e di cooperazione tra artista, direttore, regista e masse artistiche. Quello che si chiama Concertazione. Magari un po’ meno tempo alla regia e un po’ più tempo per il lavoro musicale - con più prove di orchestra e sale musicali dove, più che leggere, si lavori alla ricerca del senso e del rapporto che lega i personaggi.”

So che ormai Lei sta raggiungendo un record di recite nel ruolo di Marcello, che tuttora lo ha impegnato a Torino ne “La Bohème”, con il direttore Gianandrea Noseda. A parte le coincidenze degli ingaggi, che cosa ha trovato in questo personaggio da amare così profondamente?

  (nella foto, Massimo Cavalletti ne "La Bohème", ediz. Met, Cr. Marty Sohl)

 

Il 16 novembre al Metropolitan di New York canterò la mia centesima recita di Marcello, il ruolo che ho interpretato di più, in oltre 13 diversi allestimenti e ripresi più volte nelle varie città e nei vari teatri. Un ruolo che per lungo periodo mi è rimasto cucito addosso come un vestito e che si identifica perfettamente in me per la gioventù, la passione, l'amore per la vita e per le belle donne. Ho debuttato con Marcello nel 2006, in una prima produzione a Dublino con una regia molto appropriata.

Dentro di me il ruolo non aveva assunto i connotati di quello che poi sarebbe divenuto il mio modo di vedere questo splendido personaggio, troppo spesso posto quasi in secondo piano, ma che resta il collante di tutta la vicenda. Amico fidato di Rodolfo, confidente di Mimi, paciere con Schaunard e Colline, risolve i problemi con Benoit. E’ centralissimo nel secondo atto con Musetta... è lui che alla fine ha il coraggio di portare a Rodolfo la verità sulla morte di Mimi... insomma un vero e proprio personaggio attivo su tutto lo spettacolo. Nelle regie "moderne" acquista ancora più i connotati del protagonista, visto che spesso è proprio Marcello a prendere le varie iniziative in tutte le situazioni. Forse l'amore per Marcello deriva anche dal fatto che mi ha portato tanta fortuna. Ricordo con grande soddisfazione la mia Bohème di Salzburg e anche quella splendida di Valencia 2012. Le tante Bohème di Zurigo, i miei debutti alla Royal Opera di Londra e alla Bayerische Staatsoper di Monaco, le recite nelle produzioni storiche di Zeffirelli al MET e al Teatro alla Scala . E poi il ruolo l'ho presentato in quasi tutte le più grandi piazze europee e mondiali.”

 

Dopo Torino, porterà Marcello, cioè “La Bohème”, anche al Met, teatro che conosce bene. Mi risulta che in America e soprattutto a New York ci sia una venerazione per Puccini, forse ancor prima di Verdi. Le Sue impressioni?

La Musica di Puccini incanta e fa sognare a tutte le latitudini questo è sicuro, forse negli States si può capire il grande amore per il maestro proprio per il suo aver vissuto in prima persona il teatro americano con le produzioni di Fanciulla del West, il cui debutto avvenne proprio al Metropolitan. Ogni volta che ho cantato Puccini al MET ,ovvero nelle “Bohème” del 2010-2014 e nella “Manon Lescaut” del 2016, ho avuto la percezione della grande passione newyorkese per la musica pucciniana. L'affluenza in teatro è stata eccezionale, con esauriti e grande entusiasmo.
“Bohème” al MET nella versione di Zeffirelli significa successo assicurato, provoca una reazione ogni sera di grande pubblico e tantissimi applausi e l'eccitazione è grandissima. Sono felice di tornare al MET con questo ruolo, per la mia seconda volta dopo la fantastica edizione del 2014 in HD trasmessa in tutto il mondo nei cinema.”

 

Maestro, lei ha anche un lungo legame con il Teatro alla Scala. Un’opportunità di incontri con un mondo di artisti insigni è stata di aiuto?

Considero la mia casa il Teatro alla Scala, mi ha dato i natali artistici, visto il mio studio all'Accademia scaligera nel 2004-06. Nella mia esperienza artistica ho cantato quasi 100 recite nel teatro milanese e ogni anno ho la fortuna di tornarci almeno in un titolo. Amo il palcoscenico della Scala, tutte le sue maestranze, amo passeggiare nei saloni e nei ridotti, conosco ogni persona che lavora in questo teatro e li chiamo tutti per nome. Amo cantare lì, e amo quando mi ritrovo da solo sul palco cantando un'aria o solo un recitativo. Ricordo la grande felicità quando ho cantato Ford durante l'aria della gelosia nella regia di Robert Carsen, mi ritrovavo nel "club" solo con 2000 persone che mi ascoltavano. E anche con Paolo Albiani nell'apertura del secondo atto di “Simon Boccanegra”,  cantando la scena del veleno, immensa l'emozione nella versione del maestro Chung, che per me è stata una esperienza di vera e propria estasi mistica. Spero di tornare sempre alla Scala.”

(a d. Massimo Cavalletti nel ruolo di Paolo Albiani in "Boccanegra", Scala 2016, Brescia e Amisano)

A proposito di teatri, mi viene in mente anche l’Opera di Zurigo che lei ha frequentato. Mi risulta sia stato per molti artisti un buon bacino di insegnamento.

 

L'opera di Zurigo è stata per me una officina dove ho imparato un'arte ma ancora di più un lavoro e un modo di fare. Non sarebbe stato possibile fare questo senza il teatro di Alexander Pereira, non penso che avrei fatto la stessa esperienza in un'altra realtà. Ho cantato a Zurich per 5 anni, e ogni sera mi sono emozionato sia alle mie recite che a quelle degli altri. Ad ogni recita i migliori artisti del panorama mondiale erano a Zurich e io ero lì con loro e crescevo in quella splendida casa teatrale. I ricordi più belli, il “Barbiere di Siviglia” con il Maestro Nello Santi, il “Simon Boccanegra” con Leo Nucci, le tante belle produzioni con il Maestro Carlo Rizzi, il mio primo Ford con il Maestro Gatti e con il mio amico Ambrogio Maestri, e poi il mio Rodrigo con Zubin Mehta e con Fabio Sartori nel 2012. In mezzo, tanti altri splendidi momenti di gioia come gli auguri natalizi con tutti i lavoratori del teatro nel foyer e anche i fuochi d'artificio di capodanno visti dal tetto del teatro! Insomma tornare a Zurich ogni volta era proprio sentirsi in famiglia.”

 

Comunque il suo repertorio comprende anche Verdi, naturalmente. E infatti, oltre a coprire già vari ruoli, con Zubin Mehta ha debuttato ne “Il ballo in maschera”, nel personaggio di Renato, in Israele nel 2015. Però, studiando un ruolo alla volta, ha voluto ponderare bene i personaggi che interpreta?

 

Grazie per questa domanda, rispondo con grande piacere perché in effetti ritengo che ogni ruolo abbia bisogno di tempo per maturare, sia prima di debuttarlo che dopo. Un ruolo è un po’ come un buon vino, una volta aperto va lasciato decantare per bene prima di servirlo, perché matura nella gola e nella testa. Ho debuttato con Renato (“Un ballo in maschera”) lo scorso luglio 2015, in forma di concerto, e spero presto di affrontarlo in teatro ma sono certo che, quando accadrà, sarò molto più padrone del personaggio perché in questo tempo l'ho affrontato nel mio studio e anche nelle mie riflessioni, tanto che la sua scrittura musicale è cresciuta.

Ci sono, a mio parere, personaggi di serie A e personaggi eccezionali. Renato è un personaggio eccezionale, va rispettato e preso con la giusta attenzione.

Ho debuttato con Marcello e ho fatte tantissime recite, la stessa cosa per Ford e anche per Albiani.

 (nella foto Massimo Cavalletti nel ruolo di Figaro del "Barbiere di Siviglia", Scala 2016 

 

  Ora sto facendo molti Figaro nel “Barbiere di Siviglia” e il prossimo anno debutterò con Gianni Schicchi, ma quando tornerò, per esempio, ad affrontare Rodrigo nel “Don Carlo”, nel prossimo maggio 2017 a Firenze, un Verdi che, anche nel 2013 alla Scala, ho cantato ancora con una certa eroicità e giovinezza di spirito, ora lo renderò con più maturità, con l'età giusta e le sue colorature. Questi ruoli come altri del repertorio lirico vengono troppo spesso ritenuti "giovanili" ma hanno in sé una maturità e una drammaturgia che richiedono una grande preparazione sia della vocalità, sia della testa del cantante che dell’interprete. I ruoli crescono e mutano proprio come cresce e muta l'artista e la voce: per questo è meglio lasciare i debutti di nuovi ruoli al tempo più giusto.
Ragione che mi porta ad affermare che ci sono certi ruoli che proverei anche domani, come per esempio Conte di Luna (“Il Trovatore”) e anche Don Carlo di Vargas (“La forza del destino”) ma certamente dopo la prova lasciarli un po’ in pace.”

 

C’è molta attesa per il suo ritorno nel “Falstaff” alla Scala, per la regia di Michieletto e la direzione di Metha, edizione Salisburgo. Sarà un Ford contro tutti?

Secondo me c'è molta attesa in generale per questa produzione di Michieletto, ed io ho avuto la fortuna di essere nel cast di Salzburg e di averla lavorata bene con Damiano già nel 2013: ne abbiamo anche prodotto un DVD secondo me di ottima fattura visiva e anche musicale. La direzione del maestro Mehta regala pagine di altissima passione, ha bellissimi momenti di intimità.
Ma quello di cui sono più curioso è vedere la reazione del pubblico scaligero a questa messinscena di Falstaff decisamente non commedia ma molto più intimistica e riflessiva della vita stessa del personaggio Falstaff.
Credo che l'opera sarà molto apprezzata da chi sa veramente porsi alla visione di un pezzo di teatro e di interpretazione scenica, mentre potrebbe creare un po’ di difficoltà a chi è un po’ schiavo degli stereotipi della commedia shakespeariana. Forse potremmo anche trovarci a rivisitarla un po’ in chiave Scala con Michieletto ma non lo so ancora. Il Ford di questa produzione è un Ford molto diverso dagli altri che ho interpretato e anche io vorrei riprenderlo e crescerlo con Damiano in questa occasione. E' un Ford a tratti quasi perverso, come nel gran finale dell'opera con lo scongiuro contro Falstaff, e molto machiavellico nella scena della pazzia dove la usa a scusante per drogare Fasltaff e costringerlo al suo sogno. Insomma uno spettacolo diverso, quasi freudiano.”

 

Dopo questa conversazione con il maestro Massimo Cavalletti ho imparato ancor più da vicino come ci si può appassionare ai ruoli del melodramma e mi è ormai chiaro come si muove il Teatro d’opera oggi e la valenza dei personaggi non protagonisti nel contesto di un libretto e di un allestimento. Oggi abbiamo approfondito Marcello, qualche anticipo di Ford e di Rodrigo, domani ci piacerebbe Lescaut, tutto da scoprire. Che meraviglia!

Servizio e intervista di roberto tirapelle

(revisione di Caterina Berardi)

Si ringrazia Tim Weiler, O-PR.

 


Pubblicato in data 06/11/2016