MERCOLEDÌ 22 SETTEMBRE 2021 17:03
 

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Lirica e costumi - Il "Fastaff" a Verona indossa gli abiti di Antonella Cannarozzi

"Amo la contemporaneità, ne sono attratta, ammaliata, divertita. Di contro, mi annoia tutto ciò che è filologico"

Il “Falstaff”  di Giuseppe Verdi ha aperto la Stagione Lirica e di Balletto 2011-2012 della Fondazione Arena di Verona al Teatro Filarmonico. 

Il nuovo allestimento è affidato al regista Luca Guadagnino e la direzione d’orchestra al Maestro Daniele Rustioni.

Le scene in stile mediorientale sono firmate da Francesca di Mottola  ed i variopinti costumi da Antonella Cannarozzi. Due nomi già affermati nel mondo del cinema.

Le prossime repliche sono previste per il 20, 22, 29 e 31 dicembre 2011.

Per quest'edizione operistica ci interessa avvicinare un protagonista del cast che normalmente non è preso subito sotto il fuoco della stampa  ancorché  svolga un ruolo  significativo alla realizzazione dell’opera. Si tratta di chi firma i costumi e, nel caso del “Falstaff” veronese, è Antonella Cannarozzi, artista proveniente soprattutto dal mondo del cinema e che, in “Io sono l’amore” (regia di Luca Guadagnino, 2010), ha ottenuto la nomination ai premi Oscar 2011 per i migliori costumi.

Andremo, quindi, ad approfondire alcuni aspetti del suo ruolo e del significato dei personaggi che ha vestito, tenendo conto che Verdi stesso, nell’accompagnare la partitura nelle mani di Ricordi nel 1892, scrisse  “Tutto è finito! Va', va', vecchio John… Cammina per la tua via, finché tu puoi… Divertente tipo di briccone; eternamente vero, sotto maschere diverse, in ogni tempo, in ogni luogo! Va'… Va'… Cammina cammina… Addio!!!”.

(nella foto Antonella Cannarozzi cerchiata sul set di Luca Guadagnino)

 Si sente soddisfatta del passaggio del suo lavoro dal cinema all’opera?

“Non so se soddisfatta sia la parola che meglio possa esprimere il mio sentire, ma posso dirle che è l'insieme di esperienze diverse a soddisfare il mio bisogno di sperimentare linguaggi differenti mantenendo un segno di base che parte dal mio fare cinema.”

 “Per quanto riguarda Luca Guadagnino – con cui collaboro da molti anni, ormai - ho firmato i costumi per molte sue opere: la nostra collaborazione mi ha portato grandi soddisfazioni. Ci unisce uno sguardo d'insieme sul raccontare storie cinematografiche. Mi ha voluto anche in questa esperienza ed ho accettato. Ecco, credo che la mia passione per il fare cinema sia ciò che ha mosso i miei passi sia nel teatro che nell'opera. E' ciò che ho potuto mettere a disposizione.” 

  

 

Ci sono state ormai molte occasioni in cui, in ambito operistico, si attualizzano i costumi. Solo in questo mese, l'esempio del Don Giovanni scaligero, con la costumista Brigitte Reiffenstuel, e a Verona, nell’ultimo atto del “Falstaff”, i costumi da Lei realizzati, almeno per le produzioni  cui ho assistito. Perché, dunque, è prevalsa l' esigenza di usare abiti moderni?

 

(Mrs Alice Ford, Ford, Falstaff, foto Ennevi) 

 

“Amo la contemporaneità, ne sono attratta, ammaliata, divertita. Di contro, mi annoia tutto ciò che è filologico. L'epoca, scatologica, morta. Le dirò di più, mi deprime profondamente. Sono stimolata dal dinamismo della contemporaneità in

quanto apre a infinita gamma di contaminazioni. Mi spiego, nel passato possiamo

trovare esempi di grande contemporaneità, come nell'oggi rimandi al passato. Quindi nel tempo attuale, paradossalmente molto più che in passato, sono le persone a farsi portatori di epoche, con i propri caratteri.”

“Oggi posso incontrare in metropolitana una donna che sembra uscita da un libro dell'ottocento seduta al fianco di un ragazzo che sembra un eroe di un fumetto manga.”

“L'abito serve a raccontare la condizione interiore e quindi estetica di una persona, non l'epoca storica.

Maneggiare questa materia è alquanto delicato, a volte può uscirne una torta immangiabile, lo so. Ma per me questo rimane lo stimolo primo del fare costume.”

“Luca Guadagnino ha voluto per il suo Falstaff una messa in scena atemporale, e ha creduto che io potessi idearne i costumi.”

 

In questo “Falstaff”, a mio parere, si  sono adottati costumi che segnano dei salti d’epoca, diversi in base ai tre atti?

“Non ho pensato a salti temporali nei tre atti. Ho pensato invece che ogni Persona-Personaggio-Cantante avrebbe dovuto avere una continuità, una consuetudine nel vestire.

Esempio Mrs Quikly indossa l'eterno "camicione" delle donne con un po’ di chili in più, avvezze a poltrire in ville al mare che siano in Costiera, o a Marbella, o in Versilia o a Pantelleria... esperta dell'eterno gossip. Alice è maschile- seducente- chic, la Signora.  Da Coco Chanel ai giorni nostri, passando per Albini e Armani. Meg è la donna in jersey, femminile, spudorata, Anni indefiniti. Single? Nannetta è una teen-ager di ultima generazione, suo padre Ford  l'eterno classico manager in Litrico anni Settanta.

La Giarrettiera ha un altro coté. Più popolare, fashion magazine, Pop, tipo disco milanese. 80 Bardolfo, 90 Pistola. Falstaff è il vero stiloso, mescola epoche ed etnie.

Un capitolo a parte si apre per gli otto mimi manovali che smontano e montano le scene. Indossano delle tute da lavoro che sono state realizzate su cartamodello della TuTa ideata da Thayaht, poeta futurista dei primi anni ‘20, che di essa declamava la virtù di essere comoda, economica, elegante, adatta per ogni occasione, dalla fabbrica al party. La TuTa di Thayath si rifà a sua volta alla tuta indossata già da Picasso ai primi del Novecento per  dipingere. E la TuTa è stata ripresa da Chaplin  in "Tempi moderni". Operaio-Artista-Poeta. Sono loro che attraversano i tempi, conduttori di cultura. Più trasversale di così...

 

Mi perdoni, potrebbe chiarire un suo passaggio sui vestiti di Bardolfo e Pistola. Nei suoi bozzetti scrive “pantaloni a vita alta, anni 80/50”.

 

“I Pantaloni a vita alta sono una prerogativa di molti decenni, quelli a vita bassa invece hanno avuto vita breve negli anni '70 per ricomparire in questo ultimo decennio del 2000. Il riferimento ai '50 è un'indicazione per precisare oltre all'altezza della vita, il tipo di morbidezza, di volume proprio degli anni cinquanta, volume a cui negli anni ottanta si sono rifatti molti stilisti, Armani per primo. Questo per quanto riguardo i pantaloni di Pistola nel primo atto, mi riferisco alla giarrettiera, qui anche la sua camicia è di netta ispirazione '80. Poi però il suo look evolve, se di evoluzione si può parlare, verso i '90, la giacca doppio petto per esempio, fino ad essere totalmente 90 nell'ultimo atto parte seconda, il giardino della beffa. Si tratta di un completo operato, la cui giacca è senza revers, tipico dettaglio dei primi novanta. Sono un po’ sofismi, perchè non c'è una così netta linea di demarcazione fra la seconda metà degli ottanta e la prima parte dei novanta, gli stilisti si centuplicavano e la moda era in continua evoluzione.

   

Che esperienza ha acquisita, prima di passare all’Opera, lavorando in teatro con l’estro di Pippo Delbono (e l’ombra sempre presente di Pina Bausch)?

 

 

“Pippo Delbono lo incontrai sul set di "Io sono l'amore". Nacque un grande feeling. Chiamandomi come collaboratrice per i costumi dei suoi due spettacoli (“La Menzogna”, 2008, e  “Dopo la battaglia”, produzione passata pochi giorni fa al Piccolo Teatro di Milano), credo desiderasse aprirsi al fare cinema, inteso ‘come costruire come’, perché Delbono aveva già fatto cinema precedentemente, ma non si era servito della macchina cinematografica, intendo costumi, scenografi e via dicendo.”

“Lavorare con Pippo Delbono è un esperienza in divenire, lui non ha un libretto, non ha uno script, lavora con le improvvisazioni, e i costumi sono parte fondamentale di queste. E' fantastico e orribile.”

 

Il suo prossimo impegno?

“Il mio prossimo lavoro sarà un film...”

 

(intervista a cura di roberto tirapelle)

 

Si ringrazia la Direzione Comunicazione della Fondazione Arena

Pubblicato in data 20/12/2011