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Territorio

Veneto dei Misteri. La "Zena dei Briganti"

II^ Edizione. 14 Ottobre 2012, Antica Trattoria "Da Mindon", S.Teresa in Valle.

Patrocinio: Comune e Pro Loco di Cerea e Pro Loco Carpanea di Casaleone

 

Sponsor: famiglia Bigardi  - Antica Trattoria “Da Mindon” -.



Il primo di due eventi dedicati alla Memoria di Damiano Bigardi, il giovane patròn della storica Antica Trattoria “Da Mindon”, prematuramente scomparso pochi mesi orsono: nel segno di un ricordo che si fa presenza tangibile non solo nell’affetto di famigliari ed amici ma nel procedere quotidiano di un’attività da decenni rivolta all’accoglienza.

 

 “La Zena dei Briganti” apre al secondo appuntamento nella tepida serata autunnale del 14 Ottobre, sul filo conduttore della precedente edizione: la regia della curatrice Enrica Claudia De Fanti (presidente di Pro Loco Carpanea e della new entry “Principessa di Carpanea”) e il sapiente alternarsi tra recitativo e schietta convivialità, con intermezzo musicale…

 

Un cenno d’autore spetta alla musica: delizioso contrappunto tematico, nello ‘smoothing’ avvolgente del magistrale sax ‘swing’ di Marco Remondini, per una carrellata lifetime di successi, già ‘cult’ del mito cinematografico. In apertura, il classico ‘900 (“Amapola”, “Amado mio” “Besame mucho”), fino agli ‘evergreen’ anni ’50 e ’60, gettonatissimi nel juke-box (dal graffiante Buscaglione al romantico “Love in Portofino”).

 

   Iscritta nell’Albo delle Antiche Hostarie Venete, la Trattoria “Da Mindon” offre al visitatore il frutto di una laboriosa, inconfondibile veste culinaria e la bellezza di scorci naturali tra acqua e cielo gelosamente preservati…Dove il silenzio cede soltanto al fruscio della lussureggiante vegetazione o al gorgheggio sommesso, e, ancora, al richiamo modulato in mille frequenze delle tante specie protette che ne abitano le rive. E, in quest’oasi, lontana dal martellante trambusto dell’ultima urbanizzazione, in questo anfratto ricco di leggende e di mistero si adagia S. Teresa in Valle, racchiusa nelle anse del Tartaro-Canal Bianco, sulla linea di confine tra Cerea, Casaleone, Bergantino ed Ostiglia. L’ammirevole intento della famiglia Bigardi è l’ omaggio alla volontà di Damiano – generoso ed intraprendente cultore di ‘religiosità’ ed usanze della sua terra -  nel rinnovarsi ospitale della sede per questa serata, commuovendo il pubblico per il lascito affettivo di una tradizione rispettosa e meritevole…

 

Si affacciano tra gli ospiti, i tre ‘comprimari’ (Mauro Cappellari, Marisa Marconcini e Fiammetta Rettondini) per guidare i nostri passi in una ulteriore rivisitazione d'epoca sul fenomeno del brigantaggio, con il dato illuminante sulla condizione femminile di pari ambito in questo importante passaggio storico. Ma veniamo all’incipit, prima di dare corso alle due caratterizzazioni femminili, icona delle brigantesse indomite del Meridione ottocentesco. Assetate di giustizia, quanto e più di un uomo, furono pronte ad abbandonare quelle povere, spoglie case, fredde e immiserite da continue razzie (ma che le videro nascere, madri spose figlie sorelle) per correre al seguito dei loro compagni briganti, quei fuoriusciti ‘ladroni’, vittime dei gendarmi austriaci e, poi, savoiardi. Un dolore cupo, l’animo strappato agli affetti di un’esistenza sia pure già colma di privazioni e poi resa arida, come un focolare spento…Ed è dunque la forza di quella memoria intrisa di nostalgica fermezza a diffondere la potente vena interpretativa di Fiammetta e Marisa. Due grandissime autrici che, in questa rivisitazione, hanno inteso rinnovare il senso di uno straordinario sodalizio artistico, scegliendo, per questa serata commemorativa, una raccolta di testi - sia autografi (della stessa Marconcini e Mauro Cappellari) sia di autori contemporanei del nostro territorio (i poeti Maria Teresa Bertolotto e Stellio Rettondini, padre di Fiammetta) - .Restano a preziosa testimonianza, ascrivibile a  voci di storico respiro già entrate a far parte della trasmissione corale di una cultura leggendaria senza ‘confini’…Fiammetta e Marisa adottano gestualità e tratti caratteriali delle brigantesse beneventine: fiere combattenti in nome della libera giustizia in favore degli oppressi e disposte a condividere, tra le privazioni, il costante pericolo di una vita alla macchia. Le nostre interpreti dominano la scena, abbigliate con voluta semplicità: gonna lunga e corsetto senza nastri né pizzi e il classico scialle… Sulle note di un copione che mi riporta altrettanto vivo il ricordo di quelle donne ‘fuorilegge’ del Sud cui fu dedicata, nel 2007, una magnifica retrospettiva romana. Nell’arte ‘visiva’, il primo segno di un assenso collettivo per l’equiparazione di ruolo (e qui scatta un parallelo con le manifestazioni rivolte alle Donne della Resistenza)…Nonostante le battaglie, vinte e perse del femminismo, resterà un traguardo ‘de nomine’ giunto dopo oltre 150 anni…

 

 

 

 

 

 

Testi: per una più scorrevole lettura, ho ritenuto opportuno creare sezioni specifiche per ciascun autore o voce recitante.

 

(a tre voci), di Marisa Marconcini:

 

SIAMO I BRIGANTI

Signore e signori,

un saluto a tutti quanti!

Ci presentiamo … siamo i BRIGANTI!!!

 

Come i briganti di Benevento …

noi non temiamo né pioggia né vento!

 

Dal lontano passato

siam giunti fin qui

per raccontarvi di chi combattendo perì.

 

Abbiam combattuto ingiustizie e soprusi

prestate attenzion! … non sarete delusi!

 

Abbiam combattuto per salvare la terra,

da noi coltivata con sangue e sudore,

abbiamo perduto la vita salvando l’onore.

 

Le nostre donne ci furon vicino

portandoci sempre del pane e del vino.

Ci han confortati con la dolcezza e con parole piene d’amore …

anche i briganti possiedono un cuore!

 

Siamo i briganti di un tempo che fu.

 

E come dei briganti innamorati …

così da voi saremo ricordati!

 

 

Sempre Marisa, dopo le letture dei "colleghi"- Fiammetta e  Mauro - , presenta due componimenti di Maria Teresa Bertolotto. Il primo (senza titolo) invita a non dimenticare "le vittime dell'orrenda guerra, dell'olocausto, delle deportazioni, degli eccidi, dell'odio, dell'ignoranza, dei soprusi, della fame".

A seguire, "LA STAGIONE DEI CONTADINI", narra della fatica dei contadini,  la vita donata alla terra senza misura....................la terra, condanna e libertà.

 A chiudere,  una toccante poesia di Stellio Rettondini - "ACCANTO AL FUOCO" – cui Marisa aggiunge un proprio testo in prosa, dallo stesso titolo: ricordo d'infanzia e della prozia dell’Autrice. Un tesoro di affetti trasmessole con il magico dono delle parole, accanto al fuoco del caminomentre la luce della fiamma ci avvolgeva entrambe...................e il battito del cuore si confondeva col crepitio del fuoco, nella nostra povera cucina che all'improvviso................ si trasformava in un palcoscenico dove si muovevano tutti i personaggi delle storie narrate. 

 

Fiammetta Rettondini: un’ode di benvenuto all’entrata in tavola della ‘sovrana’ contadina… 

 

Renzo Pezzani  -  La polenta -

 Borbotta l'acqua per due brocche al fuoco
e il fuoco ride e la sua vampa cresce.
L'acqua borbotta, ma lo fa per gioco.
E nel paiolo la mamma mesce farina d’oro e i bimbi son d'attorno.
Sembra che cuocia il sol di mezzogiorno!
E quando è cotta e messa sul tagliere,
la mamma dice … A tavola ch'è pronta!
E prende il filo e, mentre taglia, conta …
quanti ne vede a tavola sedere.
Il cuor guidò giammai mano più attenta …
di questa che spartisce la polenta!    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il sol di mezzogiorno”, il trionfo di una mensa semplice che ‘irradia’ amore. Un interno, la grande cucina, vede la famiglia riunita alla tavola presso il focolare…Dove la Madre, saggia e parsimoniosa dispensatrice, resta l’insostituibile pilastro dell’economia domestica…Un grande senso di calore, metafora del Sole che illumina la Terra e fa maturare le messi, è l’armonia, il frutto della rispettosa condivisione….

 

(di Anonimo) Ed eccolo vagare/ tra i faggi e tra le querce …/con la schioppetta in spalla …/diretto al suo rifugio….

 E’ là che lo aspettano/i compagni e la famiglia.

Sul volto e sulle mani/ porta i segni/del duro lavoro nei campi. La pelle arsa dal sole. E nei suoi occhi/arde la speranza…/d’abbandonar lo schioppo,/di riabbracciare…/la sua dolce amata/e di tornar…/a fare il contadino.

 

Il rimpianto di una vita semplice, scandita  dall’alternarsi delle stagioni, e il ricordo di un amore, scendono nel cuore indurito del ‘brigante’, dove albergano paura, insicurezza e gli stenti del continuo darsi alla fuga…Ma, dalla disperata invocazione, scaturisce il sogno: la speranza del ritorno a casa, ad un’esistenza spesa in serena fatica, alla dolce amata….

 

Filastrocca del vino  -  Anonimo

Dalla pergola nasce l’uva:

prima è acerba, poi matura.

La raccoglie il contadino

e la schiaccia dentro il tino.

Bolle il mosto giorno e notte,

poi finisce nella botte.

nella botte si riposa

finché è un vino color rosa.

Dopo tante settimane

va a riempir le damigiane.

Ma lì dentro non vuol stare,

ora è pronto da infiascare.

Per la festa di famiglia

passa poi nella bottiglia,

nei bicchieri vien versato

e da tutti è ben gustato.

 La festa campestre più bella dell’anno, dopo la trebbiatura delle messi… All’ incedere dell’ autunno, è giunto il tempo di vendemmia: i grappoli, maturati al sole estivo, vengono a colmare il tino e il succo profumato della pigiatura riposa in damigiana, nell’attesa dell’invaso…Il nettare della terra riscalda il cuore: è il premio di un giorno di festa e, dal bicchiere pieno, scaturisce l’allegria…

 

Profumo di Vino (Gianna Nannini)
Il profumo del vino / è l'odore della terra in cui nasco / e rinasco ogni volta che ci torno.

Il sapore del vino / mi accompagna e non mi lascia / fa parte della vita come il respiro
mi fa cantare l'anima / mi fa sentire vicino alla gente / mi fa amare più forte.
Il vino è nella radice del mio corpo / in movimento / è la sorgente delle note
che si aggrappano alla melodia / è l'ebbrezza che ti fa sentire di dove sei
in mezzo ai campi di ogni paese.
È vino quello che vivo.   

La voce straordinaria di Gianna rivive nella modulata dolcezza timbrica di Fiammetta: una chiusa delicata e struggente, nell’omaggio alla terra d’origine…E, il filo della memoria, si allaccia all’irrinunciabile ritorno

 

Mauro Cappellari: ‘(In vino veritas atque vita’)…

 

 

Padre Bacco  (Anonimo)

Padre Bacco che sei nei boccali,

sian santificate le tue vendemmie,
venga il tuo tempo di fermentazione,
facci ben bere del buon vino quotidiano,
offri a noi grandi bevute

come noi le offriamo ai nostri amici.
Inducici con le tue tentazioni aromatiche,
e liberaci dall'acqua."

 

Il culto sacrale del vino ha origine nella notte dei tempi. Le antiche civiltà del bacino mediterraneo, istituendo il culto di Bacco, amavano coltivare la vite e conservare il mosto in grandi vasi d’argilla (situlae).  Già Mosè conservava i tralci, per trapiantarli nella Terra Promessa:  simbologia di una nuova vita, pronta a rifiorire, per  sacro disegno. L’insegnamento di Gesù ai Discepoli, nell’Ultima Cena, “bevete, questo è il mio sangue”, benedicendo i frutti della terra – il pane (come nelle Nozze di Cana)  e il vino – indica la prima mensa Eucaristica…Oltre il significato religioso, il vino è antidoto alla fatica quotidiana nei campi: allietando la mensa, celebra l’ amicizia nel segno di una fraterna ed ’euforica’ complicità…..

 

Ecome qua … Ecome qua  (di Mauro Cappellari)

Seremo mi e la Rosa, col nostro campeto,  picinin par la verità, ma co’ le do bestie che gh’aveimo l’era bastante a darne un piato de minestra tuti i dì.

E l’era così belo, la sera, dopo ‘na giornada de laoro, catarse davanti al fogolar, mi e la Rosa.

L’era bela, la Rosa … fin massa bela …

Chela sera che son rivà a casa e no’ l’ho catà… me parea de deventar mato.

Tuta note a ciamarla, a zercarla …

Calchedun,  el giorno dopo, m’ha dito ch’el l’avea vista coi sgheri del Conte (chel fiol de bona dona!) andar verso el palazzo.

El palazzo, indoe se contava che sucedea robe turche …

Ghe vao de corsa e lì el “magiordomo” me conta che la Rosa l’ha scuminzià a laorar a palazzo, a farghe da camariera a la Contessa.

Mi non voi credarghe e digo che voi vedarla.

I me risponde che non se pol mia, che l’è drio laorar, che ripassa duminica che l’è el so giorno libaro. Ma mi insisto … e i me mola drio i cani. …….

I me l’ha mandada indrio in ‘na cassa da morto, contandome che l’è cascà z? da ‘na finestra netando i veri … ma a mi … la me parea morta de pache.

La me Rosa, la me Rosa …..

L’è sta alora che ho ciapà el s-ciopo, … ho spetà el Conte … e l’ho copà.

E l’è cussì che son deventà … BRIGANTE!

 

Mauro Cappellari apre un disperato monologo che rivisita, nell’incedere della letteratura ‘horror’, taluni passi dei Promessi Sposi (il duplice rapimento di Lucia, ad opera di Don Rodrigo e dell’Innominato, grazie alla ‘mediazione’ della Monaca di Monza) il fitto mistero del castello del Conte Dracula. Ma, in questa drammatica lamentazione, vibra il pathos della tragedia euripidea, poiché, al misfatto, segue la vendetta del sangue. Il rimpianto di un’esistenza umile ed operosa nel lavoro del campicello - l’unico sostentamento della vita famigliare – e dell’amore di una giovane coppi: Rosa e il suo sposo, sono uniti da quell’affetto profondo che coinvolge, in pari misura, reciprocità di affetti e tutela della propria dignità, nell’identificazione spirituale con la propria terra: il ‘fondo’, quel campicello - nido di speranza - che il lutto renderà abbandonato – come la casa, vuota -…

. Poi, il buio, la scomparsa della donna, rapita dai bravacci del signorotto dei luoghi. Nella nota roca della voce rotta dal pianto dello sventurato contadino, s’insinua la traccia di quel sordo livore che attanaglia l’anima. Si aprono tristi passaggi, le ombre fosche nella denuncia greve ed impotente contro quell’abuso di stampo feudale in atto da secoli: la prevaricazione ignobile sulla ‘proprietà’ di un essere umano. Profanando il sacro vincolo del matrimonio, benedetto da Dio, la giovane viene sottratta alla casa e all’affetto maritale, per servire al castello del Conte. Come tante senza nome, sarà, la sua, una vita spezzata dall’ orribile fine che porta il marchio dell’infamia...Folle di dolore per l’assassinio di un’innocente, il giovane sposo ne vendicherà la memoria, uccidendo a sua volta, e, per eludere la ‘giustizia’ degli uomini, diverrà ‘brigante’…

 

 

Caterina Berardi

Pubblicato in data 12/01/2013