MERCOLEDÌ 22 SETTEMBRE 2021 16:44
 

Territorio

Le prime frequentazioni umane nelle Valli Grandi Veronesi

Dal punto di vista geologico, la formazione dell’attuale pianura veronese può dirsi completata nelle fasi climatiche successive all’ultima glaciazione würmiana - quindi approssimativamente attorno al 7.000 a.C. -, quando gli abbondanti scioglimenti di nevi glaciali, liberando enormi masse d’acqua, modellarono in via definitiva il paesaggio. L’area valliva, con la presenza di abbondanti depositi argillosi e una ridottissima pendenza topografica (fattori che rendono difficoltoso il deflusso delle acque in eccesso), doveva caratterizzarsi sin da allora per gli stagni e le paludi diffuse; grazie al progressivo innalzamento della temperatura, il territorio fu interessato inoltre dal proliferare della vegetazione boschiva, con il predominio del querceto-carpineto sulle altre essenze (pino silvestre, faggio, frassino, ontano, pioppo, salice).

La prima colonizzazione umana di questi spazi avvenne nel Neolitico Antico (attorno al 5000 a.C.), ad opera di genti della cultura di Fiorano (dal nome del sito di Fiorano Modenese dove vennero scoperti per la prima volta i materiali più caratteristici di questa cultura), il cui passaggio è dimostrato dai frammenti ceramici recuperati in comune di Gazzo Veronese (loc. Ciaveghin, Ponte Nuovo, Il Cristo); per la prima volta vengono introdotti nella pianura veronese l’agricoltura e l’allevamento. Successivamente, nel Neolitico Medio (tra 5000 e 4000 a.C.) e Recente (4000-3500 a.C.), è attestata con certezza la presenza di gruppi riconducibili rispettivamente alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata e Chassey-Lagozza, sempre nell’area di Gazzo (loc. Ponte Nuovo, Scolo Gelmina, Ronchetrin).

Alla tarda età del Rame e al fenomeno di portata europea del Vaso Campaniforme (2500-2200 a.C. circa) risalgono invece il fondo di capanna scavato in località “Il Cristo” di Gazzo Veronese e altri sporadici materiali frutto di raccolte di superficie, quali punte di freccia e pugnali in selce, provenienti dalle valli di Gazzo, Cerea e Casaleone. Si tratta tuttavia, per queste epoche così antiche, di stanziamenti umani molto esigui e costituiti da gruppi numericamente assai contenuti; un’occupazione massiccia del territorio - frutto di un consistente incremento demografico - e la conseguente prima profonda trasformazione del paesaggio naturale avvenne solo con l’età del Bronzo (2300-900 a.C.).

Ad una prima fase dell’antica età del Bronzo (2300-1900 a.C.) appartengono la necropoli a inumazione di Valserà di Gazzo Veronese e il villaggio palafitticolo di Canàr di S. Pietro Polesine (RO); questi due contesti hanno restituito materiali archeologici (ceramica, metalli) tipologicamente confrontabili con quelli caratteristici della cultura medio danubiana coeva di Wieselburg-Gàta, che dimostrano l’esistenza di rapporti (commerciali? migrazioni?) con l’ambito centro-europeo. Ma è solo a partire da un momento più evoluto dell’antica età del Bronzo (1900-1700 a.C.) che si assiste ad una diffusione significativa dei siti fino ai bacini fluvio-palustri della bassa pianura, come dimostrano i villaggi palafitticoli di Dossetto di Nogara e di Morandine di Casaleone; tale progressiva colonizzazione planiziaria è conseguenza del boom demografico registrato dagli abitati più antichi ubicati lungo le rive meridionali del Garda o sulle sponde dei laghetti inframorenici attigui, tale da costringere gruppi di cultura palafitticola ad abbandonare il loro territorio di origine - non più in grado di fornire sostentamento a tutti -, alla ricerca di nuovi spazi adatti alla pratica della cerealicoltura e dell’allevamento.

Nella media età del Bronzo (1700-1350 a.C.) si registra il picco massimo di fondazioni di nuovi piccoli siti nella bassa pianura veronese (comuni di Gazzo, Bovolone, Nogara, ecc.), a conferma del progressivo aumento della popolazione; tali villaggi, sempre localizzati in ambiente umido lungo i bacini fluvio-palustri, si differenziano però dal vecchio modello palafitticolo per una strutturazione più consistente, con lo scavo di fossati perimetrali e, successivamente, con la costruzione di terrapieni, con lo scopo di controllare meglio le oscillazioni stagionali dei livelli idrici. Iniziano inoltre in questo periodo i contatti culturali con la civiltà delle Terramare, diffusa in area emiliana (province di Modena, Reggio Emilia, Parma) a sud del Po.

Con il Bronzo Recente (1350-1150 a.C.) si assiste ad una diminuzione del numero dei siti, di pari passo all’aumento di dimensioni di quelli rimasti o di quelli di nuova fondazione: i nuovi abitati si collocano ora sui terreni asciutti dei dossi fluviali, praticando una violenta deforestazione e specializzandosi nella coltura cerealicola, mentre i siti in ambiente umido, divenuti periferici, si concentrano sull’allevamento, soprattutto bovino. L’organizzazione del territorio si presenta fortemente gerarchizzata con central-places sedi delle elites dominanti e reti di siti satellite da questi dipendenti; il caso più emblematico è rappresentato dal villaggio arginato (dotato cioè sia di fossato esterno che di terrapieno difensivo interno) di Fondo Paviani in comune di Legnago, che con la sua estensione pari a circa 20 ettari (ancora visibile dalle foto aeree), costituisce forse la più grande terramara di tutta la pianura padana; altri abitati coevi di dimensioni ragguardevoli ubicati nelle Valli Grandi Veronesi sono Castello del Tartaro (Cerea) - 14 ettari -, Fabbrica dei Soci e Lovara (Villabartolomea).

 

L’area valliva e il sito di Fondo Paviani in particolare si connotarono in questo periodo come il principale terminal padano per l’approvvigionamento e la lavorazione del cosiddetto “oro del Nord”, ovvero l’ambra, i cui giacimenti primari sono ubicati lungo le coste del mar Baltico. La preziosa resina fossile, giunta in pianura attraverso la valle dell’Adige e trasformata in perle e vaghi, era ricercatissima dai mercanti egei in quanto costituiva un vero e proprio status-symbol per le élites micenee postpalaziali del Peloponneso, tanto da venir inserita nei corredi funebri delle sepolture. La bassa pianura veronese fu lo snodo più importante per un’altra materia prima fondamentale come il rame delle Alpi - indispensabile in ambito metallurgico per ottenere la lega di bronzo - e l’area padana con l’unica concentrazione di ceramiche fini di tipo miceneo; queste ultime risultano non solo di importazione dalla Grecia o dall’Italia sud-orientale (Puglia), ma anche in buona parte di sicura produzione locale, contraddistinte da decorazioni realizzate con tecniche originali se non estranee alla produzione tipicamente micenea. Sembrerebbe pertanto plausibile ipotizzare che il contatto con i Micenei avesse determinato l’inserimento di ceramisti di origine/formazione egea all’interno delle comunità locali delle Valli Grandi e l’innesco di fenomeni di rielaborazione autonoma del patrimonio decorativo miceneo.

Il ruolo di nevralgico punto di intersezione di direttrici di scambio, detenuto dal sistema politico-territoriale delle Valli Grandi Veronesi, permise a quest’area di sopravvivere temporaneamente alla profonda crisi (le cui cause risultano in buona misura da definire) che già attorno al 1200 a.C. aveva investito e portato al collasso la civiltà delle terramare, ma all’inizio del Bronzo Finale (1150-900 a.C.) anche i grandi villaggi arginati, e per ultimo Fondo Paviani, vennero abbandonati, come conseguenza dello spostamento del baricentro  commerciale verso il Po con la nascita del nuovo central place di Frattesina di Fratta Polesine (RO).

A partire dal IX secolo a.C. e sostanzialmente per tutta l’età del Ferro fino al II-I secolo a.C., l’area delle Valli Grandi Veronesi risulta in larga misura spopolata e ritorna gradualmente all’antico paesaggio naturale, dominato da boschi e paludi; oltre all’emporio commerciale di Gazzo Veronese, baluardo veneto occidentale al confine con gli Etruschi presenti nel mantovano, solo i limiti settentrionali di questo territorio conobbero l’arrivo dei Veneti Antichi che riattivarono a scopo agricolo alcuni dei villaggi abbandonati alla fine dell’età del Bronzo (Lovara di Villabartolomea, Terranegra di Legnago, Perteghelle di Cerea) dedicandosi alla produzione cerealicola per rifornire di derrate i centri egemoni di Oppeano ed Este.

Dalla seconda metà del I secolo a.C., i Romani attuarono una profonda riorganizzazione agraria della bassa veronese attraverso il sistema centuriale, ovvero la bonifica e la suddivisione dei terreni in quadrati di circa 720 metri di lato aventi per limiti fossati o assi viari (cardo e decumano) e suddivisi successivamente al loro interno in lotti da assegnare a coloni (popolazioni indigene, cittadini romani o ex-legionari). Talvolta le tracce di queste antiche opere di razionalizzazione agraria sono ancora visibili dalle fotografie aeree. Tra gli agri centuriati o in prossimità di strade/vie di comunicazione sorgevano piccoli nuclei abitativi (vici, municipia) e soprattutto numerose ville rustiche, talora di cospicue dimensioni, ampiamente attestate nelle Valli Grandi (Ronchetrin di Gazzo Veronese, Dosso della Casetta, Franzine Nuove, Fabbrica dei Soci e Venezia Nuova di Villabartolomea, Torretta di Legnago, ecc.), unitamente a sepolcreti e aree di produzione artigianale (laterizi).

 

Nei comuni di Casaleone, Sanguinetto e Castagnaro sono stati scoperti in passato tesoretti monetali di notevole importanza: si tratta di depositi intenzionali, anche di decina di migliaia di monete, interrati o nascosti in occasione di particolari eventi politico-militari (potevano rappresentare le paghe di una legione o i risparmi di un privato), che rispecchiano la ricchezza e la prosperità di cui era tornata a godere la pianura veronese. Tale situazione si protrasse, con alcuni momenti di crisi, fino al V secolo d.C., con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’arrivo degli Ostrogoti, periodo in cui gli insediamenti vallivi vennero definitivamente abbandonati e cessarono le opere di manutenzione idraulica. A questo punto i fertili terreni vennero progressivamente coperti da coltri alluvionali e tornarono ad essere occupati da stagni e paludi per oltre mille anni, fino alle moderne bonifiche operate tra 1855 e 1879.

 

Le origini della leggenda di Carpanea

 

A partire dal Rinascimento fino al 1800 sporadici materiali archeologici vennero occasionalmente recuperati nella media e bassa pianura, fino ai margini delle Valli Grandi Veronesi, nei terreni non interessati dall’impaludamento; nella maggior parte dei casi essi andarono a confluire nelle collezioni antiquarie delle famiglie nobili più facoltose di Verona. In questo contesto sostanzialmente acritico nei confronti della preistoria e della classicità, vanno inseriti i racconti della popolazione locale che parlano di tesori nascosti, di battaglie, di sotterranei, di pozzi, ecc. In un saggio del 1856 di alcuni autori (Manganotti - Massalongo - Lenotti - Tonini) pubblicato nelle Memorie dell’Accademia di Agricoltura, Commercio e Arti di Verona si cita l’esempio di Gazzo Veronese dove «antichissima tradizione ci narra nel luogo detto dei Sanguini una battaglia accaduta, nel qual luogo tratto tratto si disseppellirono e lancie, e spade e corazze ed altri arnesi da guerra»; dietro l’aspetto puramente favolistico si celava quindi spesso il ricordo di reali ritrovamenti archeologici.

Le testimonianze scritte più antiche relative al mito della città sepolta di Carpanea sono contenute all’interno di due sonetti, composti nel 1860 dall’abate e patriota risorgimentale veronese Alessandro Bazzani. In uno dei due sonetti l’autore dichiara che la valle fu un tempo fecondissima e addirittura «cosparsa di cittadi e ville»; al di là dell’iperbole poetica che parla di più centri anziché di un’unica grande città sepolta, come nelle versioni successive tardo ottocentesche e novecentesche della leggenda, sembra lecito supporre che  il Bazzani fosse a conoscenza che nel territorio in questione esistessero rovine e resti archeologici, tracce dell’antica frequentazione umana lì avvenuta. A supporto di questa ipotesi, va ricordato che i lavori di bonifica delle Valli Grandi erano cominciati già nel 1855; lo stesso ing. Agostino Zanella, responsabile del progetto, nella sua relazione sulle opere del 1881 scrisse che «le reliquie dei fabbricati; i ruderi de’ romani edifizi; i pavimenti a mosaico; i capitelli e fusti di colonne, i grossi gambi di viti, scoperti alla profondità di metri 1,50 a metri 2,00 presso il Bastion di S. Michele, fra il Tregnon e Boldier, alla Torretta Veneta ed a Castagnaro, provano ad evidenza che in quella località non esisteva la condizione palustre». I primi tre toponimi citati da Zanella (Bastione S. Michele, fossati Tregnone e Boldiera) delimitano un’area grossomodo triangolare al centro della quale è ubicata l’attuale Corte Carpanea (o Carpania); ecco quindi trovata una plausibile base storica al mito di Carpanea.

Non deve stupire che le strutture e i reperti elencati da Zanella siano riferibili unicamente al periodo romano, in quanto da un punto di vista stratigrafico si trattava di evidenze archeologiche più superficiali rispetto a quelle preistoriche, a minor profondità e quindi immediatamente intaccate e portate alla luce durante le operazioni di bonifica o i successivi lavori agricoli (ad esempio arature).

Quanto alle origini del toponimo Carpanea, la sua attestazione più antica risale all’alto medioevo: nel Codice Diplomatico Veronese troviamo un documento del 2 agosto 905 con cui Berengario re d’Italia dona al monastero di S. Zeno (Verona) alcuni beni, tra cui la «silva Carpaneda», posta a nord del Tartaro e «in finibus mantuanensis», al confine cioè con il territorio mantovano. Il bosco quindi doveva estendersi proprio nella zona che ancora oggi conserva il nome di Carpanea; il termine «Carpaneda» deriva evidentemente da un nome di pianta, il carpino, che doveva essere diffuso nella zona in quell’epoca. L’attribuzione di questo nome alla favolosa città sepolta rappresenta la logica conseguenza del fatto che Carpanea era il solo toponimo esistente e conosciuto da tempo immemorabile nella Valle e i contadini, ignorando che esso si riferisse ad un bosco, l’avevano assegnato alla presunta città.

Il mito della città di Carpanea non è quindi privo di un fondamento reale: reali infatti sono i reperti archeologici e un analogo dato di fatto è la persistenza nelle Valli del toponimo Carpanea, inizialmente riferito ad un bosco (lì sviluppatosi in seguito all’abbandono delle ville rustiche romane) e poi (almeno dal XV secolo) ad una corte, per tanti secoli unico luogo di insediamento nella zona, se escludiamo gli apprestamenti militari veneziani posti a difesa dei confini meridionali della Serenissima.

 

testo: dott. Federico Bonfanti - Conservatore Centro Ambientale Archeologico Museo Civico

 

Pubblicato in data 08/12/2012