MERCOLEDÌ 22 SETTEMBRE 2021 16:13
 

Cinema

Due documentari per far conoscere ai giovani l'Olocausto.

Ideati e Scritti da Israel Cesare Moscati

(nella foto, Israel Cesare Moscati nella scuola Polacco di Roma)

 

L’ultimo lavoro da me visionato sul ricordo della Shoah è un film molto lungo “L’ultimo degli ingiusti” (“Le dernier des injustes”) di Claude Lanzmann, presentato al Torino Film Festival dopo Berlino. L’interesse di quest’opera del famoso regista francese, era la ripresa di una intervista al rabbino di Vienna, Benjamin Murmelstein: personaggio controverso, fu processato per collaborazionismo dai cecoslovacchi e assolto. Dopo si stabilisce a Roma ma incontra l’ostilità della comunità ebraica locale. Lanzmann, tuttavia, è abile nel proporre in parte il riscatto della figura, perché quantomeno rallentò la macchina dello sterminio.

 Ora intendo invece segnalare due documentari di Israel Cesare Moscati, soggettista, sceneggiatore, per la regia di Beppe Tufarulo: “I figli della SHOÀ” (2014) e “Suona ancora. Il coraggio dei figli e nipoti della Shoah è stato quello di vivere” (2015), entrambi presentati in Israele, Francia, Roma e prodotti da Global Vision con Rai Cinema.

Mi hanno colpito per varie ragioni. Innanzitutto Moscati, per entrambi, non ha voluto entrare direttamente nei vari campi di sterminio per raccontare storie, sia pur su testimonianze parentale. Se ne è tenuto lontano, per non rieditare modelli precedenti, anche se tutta l’ambientazione, il viaggio, i luoghi, le persone coinvolte, gli oggetti, traboccano di sofferenza e di un disagio che mai scompare.

Iniziando da “I figli della Shoah”, Moscati compie un viaggio tra Gerusalemme, Parigi e Roma. Al ritorno da Gerusalemme e Parigi, Moscati è stato invitato nella scuola Vittorio Polacco di Roma - prime sequenze del film, dove sono state raccontate alcune storie -. Ciascuno degli studenti si è impegnato a fare dei disegni e a registrare un disco che Moscati porterà alle persone che ha incontrato. Ricordiamo che la scuola Polacco fu oggetto nel 1943 di una deportazione di 114 alunni da cui nessuno ha fatto ritorno.

      “I figli della Shoah” comprendono una serie di interviste: a Gerusalemme, Dina Wardi, psicoterapeuta e scrittrice, infatti è autrice de “Le candele della memoria” sul tema specifico del dolore nell’animo dei figli. Viviana Salomon, architetto, da Trieste a Gerusalemme, un incontro molto toccante al Memoriale dei Bambini. Miriam Sklero, medico radiologo, sempre in contatto anche nella vita quotidiana con la morte incombente, regala a Moscati una chanukiah, simbolo della luce della vita, da portare nella scuola di Roma.

(nella foto, Viviana Salomon)

Poi, Haim Friedman, ritrattista. A Parigi il gallerista Robert Perrahia e lo spazzacamino Laurent Israel Soulam, che vive tra Parigi e Israele. Quest’ultimo incontro si svolge nei giardini di Montmartre, silenzioso e dolente. Unica luce, le parole di Laurent “torno in Israele per rivedere i miei figli, questo è il posto del popolo ebraico”. A Roma, Moscati incontra l’antiquario Giuseppe Calò ,che si dimostra abbastanza loquace rispetto ad altri ma che esprime sempre una tumefazione del dolore.

(nella foto a d, Laurent Soulam)

  (nella foto Amnon Weinstein)

    Il secondo documentario “Suona ancora. Il coraggio dei figli e nipoti della Shoah è stato quello di vivere” può diventare più coinvolgente perché si focalizza sulla musica e i musicisti. Un inizio intenso con il liutaio Amnon Weinstein che, da due decenni, lavora per l’individuazione e il restauro di strumenti suonati da musicisti ebrei durante l’olocausto. Oggi Weinstein conserva nel suo laboratorio 57 strumenti. Shlomo Tintpulver, direttore d’orchestra (The Givatayim Young Chamber Orchestra) e docente di violino al Conservatorio di Tel Aviv. Significativo l’incontro, probabilmente a Berlino, con Ewelina Nowicka, violinista, compositrice, docente. Originaria di Danzica, la musicista, ormai famosa, ha composto “Kaddish 1944” ispirato al ghetto di Lodz e “Concerto ebraico”, ottenendo ambiti riconoscimenti.   (nella foto a d. Ewelina Nowicka)

 

Il confronto più raggelante, a mio parere, è stato quello con Diana Obinja, artista, originaria di Odessa e ora stabilitasi a Berlino, dopo aver soggiornato anche in Italia. Diana dichiara di essere “agghiacciata dentro” da quando venne a conoscenza di essere una “sporca ebrea” da un’ amica. E forse non valse neppure l’aver saputo dalla madre la verità alla conferma “sei ebrea e sii fiera di esserlo”. Obinja ha deciso di fare l’artista creando e manipolando oggetti, un’ artista che attraversa le frontiere per compensare “l’oceano di lacrime” e che ha cominciato lo studio del pianoforte perché “la gioia della musica la colloca fuori della morte”. Una sorta di concetto bernsteiniano portato agli estremi. Molto bello anche l’incontro con Kim Seligsohn, cantante, scandita tra spartiti, pianoforte e Berlino. (nella foto a d, Kim Seligsohn)

A Roma, l’incontro con Lello di Neris è stato altrettanto sofferto, come quello con Mario Mieli, di cui la storia mi ricorda da vicino il neorealismo di “Roma città aperta” , tra camion, corse, mitra, disperazione. Poi il contatto con Amit Weimer, compositore, che affida alle note la propria dialettica. E, ancora, un intenso brano del giovanissimo cellista Omrin Levitan a cui Weinstein consegna un cello. Il film chiude con la testimonianza di Eva Beck, dove la tristezza si fonde col dolce suono di un pianoforte.

I due film si sono avvalsi del regista Beppe Tufarulo, entrato nella vita delle persone con naturalezza e senza enfasi: ha preferito usare la macchina da presa in campi stretti per cogliere le emozioni e la fisicità individuale, cosicché le immagini parlano anche nei silenzi. La gestualità coglie vecchie sedimentazioni e memoria. Il montaggio, poi, alterna tutti gli intervistati con attenzione ai luoghi e agli ambienti, segnando un uso analitico della fotografia e della colonna sonora. La narrazione procede in modo famigliare per coinvolgere lo spettatore nei vari piani emozionali.

Credo che, il lavoro di Israel Moscati (che sta svolgendo, in collaborazione con importanti istituzioni della comunicazione in Italia) sia servito all’Autore medesimo per elaborare la sua memoria. Lo dimostra, inoltre, quell’ottimo processo di educazione tra i più giovani. I figli della Shoah continuano a vivere esprimendosi nella scrittura, nella pittura, nella musica, nel cinema, aprendo particolari esercizi commerciali, aiutandosi con psicoterapeuti, con le loro forze che, per fortuna, non verranno mai ad esaurirsi.

Roberto Tirapelle

Pubblicato in data 30/10/2016