SABATO 25 SETTEMBRE 2021 00:02
 

Cinema

"Il primo uomo" di Gianni Amelio

Camus e Amelio: un percorso parallelo di vita e di educazione...Raccontato con essenzialità.

(nella foto Jacques Gamblin)

“Non bisogna fare per forza un melodramma, quello magari si fa all’opera. E’ un film di sentimenti.” 

Ogni trasposizione cinematografica di un romanzo di Albert Camus (Mondovi, 1913 –Villeblevin, 1960; premio Nobel per la letteratura 1957)   

 è un evento, anche se i risultati sono stati considerati assai deludenti. Iniziò Luchino Visconti, nel 1967, con “Lo straniero” ( il suo film meno riuscito); continuò il regista turco Zeki Demirkubuz con Yazg (Destino) nel 2001, sempre dallo stesso romanzo; il regista argentino Luis Puenzo, nel 1992, traspose “La Peste”, secondo romanzo di Camus.  In questi giorni è uscito nelle sale “Il primo uomo” di Gianni Amelio, tratto dall’ultimo romanzo incompiuto di Camus.  Il manoscritto  (nella foto Albert Camus)  incompleto, infatti, fu trovato nell’auto in cui lo scrittore trovò la morte nel 1960. Venne pubblicato postumo nel 1994 in Italia, da Bompiani.  La realizzazione de “Il primo uomo”, porta anche con sé una ansiosa vicenda produttiva, dal 1995 continuata con la concessione dei diritti del romanzo da parte della figlia di Camus, Catherine, e proseguita con i contrasti tra la produzione francese e la co-produzione algerina. Le riprese partono finalmente nel 2010 ma le traversie non sono finite e il girato del film riserva ancora dei risvolti avventurosi. L’operazione si conclude per merito di un Amelio che riesce, con equilibrio e passione, a portare a termine un set difficile.   

Il lavoro di Amelio appare subito complesso in considerazione dell'intervento del regista anche sulla sceneggiatura  (redatta in lingua  francese) e nel porre in rilievo - da una parte - il Camus intimo, dall’altra, la situazione politica in cui lo scrittore è coinvolto. Infatti, Amelio fa compiere il suo viaggio a  Jacques  Cormery bambino e a Jacques adulto, seguendolo nella sua Algeria (1957). Qui troviamo la volontà del regista di guardare l’evoluzione dell’uomo: dal ‘primo’, all’ultimo.   

Le due storie sono cinematograficamente risolte da Amelio facendo fluire i passaggi con stacchi di montaggio lievissimi, usando l’ellisse nella modalità voluta dal cuore del cinema (e basterebbe questo  per premiare il film); il richiamo dei colori mediterranei; il gusto della riflessione; la sensibilità degli attori, in particolare di Jacques  Gamblin nei panni di Cormery adulto, e di Catherine Sola, la madre. Ma sono  importanti, nel periodo in cui la storia viene vissuta nell’adolescenza, anche gli apporti del Cormery bambino che ha  l’espressività e la forza di Nino Jouglet; il legame con la madre, interpretata da Maya Sansa. In questo caso, emerge l’amore del regista per il rapporto delle generazioni, com’erano.

Un altro merito del film è il contributo di una colonna sonora  (composta, orchestrata e diretta da Franco Piersanti) che suscita antiche emozioni ripescando “Marjolaine” cantata da Francis Lemarque,  la “Bonjour tristesse” di Juliétte Gréco, “Maria Marì” del Beniamino Gigli,  “Ramona” interpretata da Fred Gouin, e inserti del “Padrone delle ferriere” (1919) o “Les Fantomes”.

 (nella foto Maya Sansa)

 

Queste premesse portano alla nostra intervista con  Gianni Amelio.

 

Prima dell’uscita del film e dopo la sua ultima edizione del Torino Film Festival, l’ho seguita nella preparazione di una regia operistica al San Carlo di Napoli e il fatto mi ha stupito molto. Il Suo punto di vista?

“Io sono un appassionato d’opera, in particolare di Donizzetti. Mi hanno proposto di fare la regia di “Lucia di Lammermoor”, l’opera che amo di più in assoluto e ho accettato subito. E’ la mia terza regia, avevo già curato “Il tabarro” di Puccini e i “Pagliacci” di Leoncavallo. Ho lavorato con Gianandrea Gavazzeni, uno dei più grandi direttori della storia. Nella mia vita credo di aver  visto almeno dodici Lucie ed è stato uno degli innamoramenti più belli.... Come, del resto, è la storia d’amore che ci racconta quest’opera, un innamoramento folle, fuori dalla razionalità...Ti ricorda la gioventù, la bellezza dell’età. Così è stato un momento bellissimo fare questa regia: un accordo totale con il direttore d’orchestra, il famoso Nello Santi, e i cantanti che si sono dimostrati non solo del grandi interpreti ma valenti attori.”

 

Ma, Amelio,  è incontenibile su questa vicenda che racconta (Non pensavo, da parte mia, di aver toccato un tasto così importante e personale...).

  

“Pensi che il direttore,  Nello Santi – continua Amelio -  ha partecipato a tutte le prove, anche a quelle che si riferivano agli altri ruoli. Così anch’io sono andato alle sue. Ho assistito a tutte le rappresentazioni, cosa che di solito non si pratica: dopo la prima, si scompare. In questo modo ho potuto verificare oltre agli esauriti in Teatro anche come sono andate tutte le recite. Davvero, un grande risultato.”   

 

Il perché del Suo impegno verso Camus, uno scrittore maledetto per i registi....

“In realtà mi è venuto incontro il libro. Il produttore francese Bruno Pesery, nel ’95 a  Cannes, mi propose di fare un film tratto dal libro postumo di Camus. A suo parere, infatti, erano presenti molte affinità biografiche tra me e  Camus. Le storie iniziano in due dopoguerra diversi ma con lo stesso grado di intensità: quella della Grande Guerra (per Camus) e quella della Seconda (la mia); l’adolescenza con due donne, la madre e la nonna; l’assenza del padre, quello di Camus morto in guerra, il mio emigrato in Argentina;  la scuola e l’importanza del maestro: vittime entrambe di una povertà riscattata dall’istruzione; due bambini lavoratori perché Camus andava in tipografia, io nei campi. Tutto sommato, la stessa  luce abbagliante del Nordafrica è simile a quella della mia Calabria. E’ la luce che ho portato nel film, volevo solarizzare il pessimismo che circonda Camus.”

 

E’ vero, perché lo scrittore chiude il suo saggio più difficile - “Il mito di Sisifo” - con queste parole... “Al centro della mia opera vi è un sole invincibile”.   

(nella foto Nino Jouglet) 

 

Il Suo rapporto con la figlia di Camus, Catherine,  per quanto riguarda i diritti?

“La figlia non voleva concedere i diritti a nessuno. Ha fatto un lavoro filologico scrupoloso  per ricostruire il manoscritto. In sostanza , Catherine non aveva piacere di vedere sullo schermo la nonna.  Invece, quando i dubbi si sono sciolti,  mi ha dato fiducia e serenità. E’ stata la spettatrice più esigente e attenta. Lo dimostra una lettera pubblicata su “Repubblica”, emozionante.”

 

Mi sembra che, nel suo film, Lei abbia negato un coinvolgimento emotivo dello spettatore lavorando sulla essenzialità, ponendosi una distanza, quando invece lo scritto era incandescente.

“Non bisogna fare per forza un melodramma, questo magari lo facciamo all’opera. E’ un film di sentimenti”. All’uscita del film sono andato a vedere qualche proiezione a Roma e ho notato che il pubblico si emozionava o quantomeno era molto coinvolto”.

 

Con quali modalità avete scelto il cast? 

“La scelta è stata dettata dalla volontà di non mettere divi troppo invadenti che avrebbero magari simulato i sentimenti, abbiamo individuato attori-persone”.

 

roberto tirapelle

 

(si ringrazia Viviana Ronzitti)

 

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Il primo uomo (Le premier homme, Fr. It. Alg. 2011, 98’), regia e scenegg.: Gianni Amelio. Interpreti:  Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydes, Ulla Baugé, Nicolas Giraud, Nino Jouglet. Distribuz.: 01.

 

Gianni Amelio. Filmografia essenziale:  La stella che non c’è (2006), Le chiavi di casa (2004), La terra è fatta così (2002), Alfabeto italiano (1999, episodio “Poveri noi”), Così ridevano (1998), Lamerica (1994), Il ladro di bambini (1992), Porte aperte (1990), I ragazzi di via Panisperna (1989), I velieri (1983), Colpire al cuore (1983), Il piccolo archimede (1979), La morte al lavoro (1978), Effetti speciali (1978), Bertolucci secondo il cinema (1976), La città del sole (1973), La fine del gioco (1970).

 

Pubblicato in data 14/05/2012