SABATO 25 SETTEMBRE 2021 00:05
 

Cinema

Bergman ritrovato

".but Film is My Mistress", presentato a Cannes 2010, è un prezioso documento sul cinema insuperabile del regista svedese.

(nella foto Ingmar Bergman durante le riprese de "La fontana della vergine", 1959)

 

                                                                                                                                       English Version

  La “Ingmar Bergman Foundation”, costituita nel 2002 su iniziativa dello stesso Bergman, ha il compito di promuovere numerose iniziative volte a valorizzare l’opera del sommo regista e della Svezia come nazione di cultura e di cinema. 

Nell’ambito di questa attività, è stato realizzato di recente del materiale preziosissimo attraverso due  documentari diretti da Stig Björkman, noto sceneggiatore, regista e critico svedese. 

Iniziamo a parlare dell’ultimo lavoro di Björkman realizzato nel 2010, dal titolo “...but Film is My Mistress” ( “... men filmen är min älskarinna” ) che segue quello precedente di uguale ispirazione “Images from the Playground” ( “Bilder från lekstugan”, 2009).

Supportato anche dall’organizzazione “ World Cinema Foundation”  di Martin Scorsese, il film è una sequenza di materiali che raffigurano Ingmar Bergman dietro e davanti alla macchina da presa sul set di otto film.

Il documentario è un mix di muto e sonoro, dove il sonoro è rappresentato dalla voce fuori campo di Ingmar Bergman e di Liv Ullmann - guida focalizzante del percorso - e degli interventi di registi come Olivier Assayas, John Sayles, Arnaud Desplechin, Lars von Trier, Martin Scorsese, Woody Allen. Colonna Sonora di Matti Bye.

Gli estratti dei film contenuti nel documentario sono “Persona”, “Vergogna”, “Scene da un matrimonio”, “Sussurri e grida”, “Sinfonia d’Autunno”, “Mondo di marionette”, “Dopo la prova”, “Sarabanda”.

Il documentario ha molti aspetti per essere interessante e discostarsi dalle consuete celebrazioni per personaggi importanti. E il tratto più sincero è quello di scoprire “l'intenso ritratto di un artista all'opera, di un artigiano impegnato e spinto dalla curiosità che affrontava ogni nuovo progetto come una sfida per sé e per le persone che lavoravano al suo fianco” (Stig Björkman).

Liv Ullmann introduce affettuosamente il film:” Più tardi divenne semplicemente Ingmar per me. Ma in quei giorni che l’ho conosciuto, ha senso solo quel grande, grande, indimenticabile regista... ”.

Il primo film del documentario è  Persona” (Persona, 1966), dove appaiono Bibi Andersson, il fotografo Sven Nykvist e Bergman con la Film Stadem. Il film narra il rapporto tra un’attrice afasica e l’infermiera che la segue, due ruoli ricoperti nella vita e che nel film si specchiano per giungere all’annullamento. Anche la pellicola prende fuoco e si accartoccia. Susan Sontag, celebre scrittrice americana, commentò con l’intensità che la contraddistingue: “il film, come gran parte del recente lavoro di Bergman, porta una carica quasi profanante di agonia personale. Penso in particolare Il silenzio - più compiuta, di gran lunga, dei film fatti prima di questo. E Persona attinge pesantemente sui temi stabiliti ne Il silenzio”.  “…Ciò che è emotivamente più scuro nel film di Bergman è collegato in particolare con un sotto-tema del tema principale del raddoppio: il contrasto tra il nascondere o celare e mostrare. La voce latina persona significa la maschera indossata da un attore. Per essere persona, poi, è necessario possedere una maschera che, in Persona, esiste per entrambi i ruoli femminili. Maschera di Elisabetta è il suo mutismo. Maschera di Alma è la sua salute, il suo ottimismo, la sua vita normale.”

Il film di Björkman poi passa a “Dopo la prova” (Efter repetitionem, 1984), una pièce di grande teatro realizzata per la televisione. Il triangolo perfetto dove agiscono un regista, una giovane attrice e la madre dell’attrice. Interessante l’alter ego di Bergman interpretato da Erland  Josephson, come simmetrico il confronto tra la Thulin e la giovane Lena Olin.

Il regista, sceneggiatore e critico Olivier Assayas, pure autore, a quattro mani con Stig  Björkman di (“Conversazione con Ingmar Bergman”, originariamente pubblicata nel 1994), commenta fuori campo il terzo film “La vergogna” (“Shammen”, 1968),  “Ho visto di nuovo La vergogna e sono rimasto sorpreso, mi ha portato via. E’ un film contraddittorio, complesso, onirico, poetico, molto reale e molto legato al presente.”   

Anche John Sayles, regista, sceneggiatore, montatore, attore statunitense, interviene su “La Vergogna”: “L’aspetto interessante di molti film di Bergman è che siano ambientati in luoghi isolati, in modo tale che le persone abbiano poca possibilità di fuga”

Il film successivo inserito nel documentario è un Mondo di marionette (“Aus der Leben der Marionetten”, 1980) in cui Bergman diventa trucido e la consueta poetica si trasforma in angoscia. Arnaud Desplechin, noto regista e sceneggiatore francese, annota:  “La vita delle Marionette è un incubo molto strano, non lontano da Strinberg. …Quando sei chiuso in una stanza, senza porte né finestre, è buio…  Un po’ come un gioco di Beckett, essere chiuso, in angoscia totale, puoi ancora mantenere una piccola porta aperta. E’ vero ci si sente l’ansia e il dolore terribile”.  

Per Sussurri e grida (“Viskiningar och rop”, 1973), uno dei capolavori di Bergman, Bernardo Bertolucci afferma: “Sfondo rosso e vestiti bianchi, i colori raccontano tante cose che con le parole non si possono dire”. Certo insuperabili sono stati l’uso del colore, la scansione temporale, l’organizzazione degli spazi.

In Sinfonia d’autunno(“Hostsonaten”, 1978), recitazione psicologica crudele di due attrici, Liv Ullmann e Ingrid Bergman (al suo ultimo film e per la prima volta diretta da Ingmar), ci vengono in aiuto le stesse dichiarazioni di Bergman dal set: “Così lei è disposta a prendere su qualsiasi tipo di colpa;  e questo è ciò che è così veramente orribile con questo momento. Vedete, è assolutamente buio che nulla di più scuro esiste. E questo è dove è,  è qui dove i demoni sono scatenati.”

Scene da un matrimonio” (“Scener ur ett aktenskap”, 1973) è certamente uno dei film più deboli di Bergman, del resto è una riduzione cinematografica di uno sceneggiato televisivo: la storia di un matrimonio in sei episodi. Martin Scorsese lo disegna con parole di entusiasmo: “ E' tutto molto coraggiosamente scritto, lassù sullo schermo. Così la semplicità della concentrazione dà una sorta di epica, lo rende una sorta di epica, una grandezza dell'anima.”

Più in generale, Scorsese dichiara ancora: ”Chiunque sia stato adolescente negli anni Cinquanta o Sessanta e avesse voluto fare film, non poteva non essere influenzato da Bergman”.

Infine in Sarabanda” (“Saraband”, 2003),  ritornano Liv Ullmann ed Erland Josephson, trent’anni dopo, ancora con i nomi di Johan e Marianne, forse una continuazione di “Scene da un matrimonio”. Secondo Richard Corliss di TV Movie: “Questo è un testamento di amore e di angoscia dall'uomo che si chiamava il più grande regista vivente. Beh, accidenti, era. E, come dimostra, egli è ancora."

Verso la fine del documentario, invece, Woody Allen sostiene:” Ci sono persone alle quali si pensa come a coloro che formano il tessuto del mondo dell'arte, della cultura, dello spettacolo. E sono sempre presenti, insomma. Picasso c'è sempre stato, per cent'anni, letteralmente per cent'anni. E così senza Bergman, e senza Truffaut, senza Fellini, senza Buñuel e senza Kurosawa... Insomma, sono loro che definiscono autenticamente la celluloide, le macchine da presa, la luce e tutto il resto. Sono loro che hanno caratterizzato tutto ciò come arte. E poi questo dono se ne va, ed è terribile.”

“..ma il film è la mia amante” (...but Film is My Mistress)  si conclude con una annotazione di Liv Ullmann su Bergman: “Improvvisamente stava lì sulla porta degli studios e disse: "Addio!" Quindi lasciò e volò all’isola di Fårö. E non ritornò più negli studi cinematografici, né a Stoccolma. Rimase su Fårö.  Ecco come finì i suoi giorni di riprese del film. E come quella grande avventura si è conclusa.”

Roberto Tirapelle

Si ringrazia Jon Asp – Ingmar Bergman Foundation

English Version        

  

 

   “…but Film is My Mistress”, presented at Cannes 2010, is a valuable document on the Swedish unsurpassed film director.

 The ” Ingmar Bergman Foundation”, held  after an Ingmar Bergman’s initiative in 2002, has  been intended  for the aim of promoting numerous initiatives to enhance the work of the supreme director and of Sweden as a nation of culture and cinema.

Within this activity, some precious material has been recently put togheter through two documentaries realized and directed by Stig Björkman, a Swedish well - known writer, director and critic.

We are ready to talk about Björkman's latest work,  shot in 2010, “...but Film is My Mistress” (“... men filmen är min älskarinna”) which follows the previous equally inspired Images from the Playground” (“Bilder från lekstugan”, 2009). 

Supported also by the Martin Scorsese's organization  “ World Cinema Foundation” , the film is a sequence of materials depicting Ingmar Bergman behind and in front of the camera on the set of eight films.

The documentary is a mix of silent and sound, where the sound is represented by the voice-over of Ingmar Bergman and Liv Ullmann - focal guideline – and by the actions of famous directors such as Olivier Assayas, John Sayles, Arnaud Desplechin, Lars von Trier, Martin Scorsese, Woody Allen.  Soundtrack, by Matti Bye.

Lined up by order, are the extracts in this documentary - “Persona”, “Shame”, “Scenes from a Marriage”, Cries and Whispers”, “Autumn Sonata”, “From the Life of the Marionettes”, “After the Rehearsal” and “Saraband” - .

Many interesting aspects have been released by the documentary conceived as apart from the commemorative cliché due to the important characters. And the most truthful guideline is to discover “the intense portrait of an artist at work, a craftsman engaged and motivated by curiosity who dealt with each new project as a challenge to himself and the people who worked at his side" (Stig Björkman).

About the movie, this is Liv Ullmann's tender incipit : “Later he became simply Ingmar to me. But in those days, when I first knew him, he was just that great, great, unforgettable director”.

The documentary starts with "Persona" (Persona, 1966), followed in a prompty alternance by Bibi Andersson, the photographer Sven Nykvist and Bergman with the Film Stadem. The film tells about the relationship between an aphasic actress and her nurse, two real roles in life and so effectively desumed by the script, till the final annulment. Also the film catches fire and curls. The famous American writer Susan Sontag, with the her own peculiar intensity, says: “…the film, as like as Bergman's most recent plays, it carries out a sort of defiling charge of personal agony. I'm thinking particularly about The Silence indeed, the most accomplished, by far, among the films shot before the above mentioned one. And Persona  draws heavily on those themes already established in The Silence.” “… What is emotionally darkest in  Bergman's film is particularly related to a sub-theme insight the main theme of doubling: the contrast between hiding or concealing and showing forth. The Latin persona it does mean the mask worn by an actor. Consequently, to be a persona, a mask is the mandatory term. So in Person  both women wear masks. Elizabeth's mask is her muteness. Alma's mask is her health, her optimism, her normal life.”

Björkman's film  then switches to "After the rehearsal” (Efter repetitionem, 1984), undoubtely, a pièce but intended  for the TV. A perfect triangle defined by the roles of a director, a young actress and her mother. Quite interesting, Bergman's alter ego played by Erland Josephson, as much as the symmetrical comparison between Ingrid Thulin and the young Lena Olin. 

Olivier Assayas, director, screenwriter, critic and author to four hands with Stig Björkman ("Conversation with Ingmar Bergman", originally published in 1994), as a voice - over, about "Shame" ("Shammen", 1968):  I saw The Shame again today. I was surprised – it carried me away. It's a contradictory film, complex, poetical, very real, yet very dreamlike, very much connected with the present, very up to date with today.”

And, furthermore, John Sayles, director, screenwriter, film editor, actor, about "Shame": “I also think what's interesting that so many of his films we're set on a very stark island, in very simple often isolated locations so that for the people there were very little escape.”

The following film in the documentary is  "From the Life of the Marionettes (“Aus der Leben der Marionetten”, 1980) in which Bergman becomes cruel and his usual poetic turns to anguish.  So, Arnaud Desplechin, the successful French film director and screenwriter: The Life of the Marionettes is a very strange nightmare. A kind of white nightmare - a really, really strange one, not far from Strindberg. ..When you're enclosed in a room, no door nor window, it's dark... A bit like a Beckett play – being closed in, in total angst, you've still got to keep a tiny door open.  It's true you feel awful anxiety and pain.”

About "Cries and whispers" (“Viskiningar och rop”, 1973), one of Bergman's masterpieces, Bernardo Bertolucci: "red background and white clothes, colors tell many things with words you can't say". For sure, unsurpassed were  the use of colour, the scan time, the organization of spaces.

In "Autumn sonata" (“Hostsonaten”, 1978), a cruel psychological drama focused by the two interpreters, Liv Ullmann and Ingrid Bergman ( it was her last film and equally, her first playing under Ingmar's direction), we come to help Bergman's same statements from the set: “So she's prepared to take on any, she's prepared to take on absolutely any kind of guilt – and that is what is so truly horrifying with this moment. You see, it is soutterly dark that nothing darker exists. And this is where it is, this is where the demons are let loose.” 

Scenes from a Marriage” (“Scener ur ett aktenskap”, 1973) is certainly one of the weakest films Bergman ever shot, at last, being it a reduction of a TV drama: the story of a marriage in six episodes. Martin Scorsese, enthusiastically: “It's all very boldly written, up there on the screen. So the simplicity of the concentration gives it a kind of epic, makes it a kind of epic, a grandeur of the soul and humanity.”

   Broadly speaking, Scorsese's still adding: "anyone who has been a teenager in the 1950s or 1960s and had wanted to make films, could not be influenced by Bergman".

At last, in "Saraband” (“Saraband”, 2003), with Liv Ullmann and Erland Josephson's return, thirty years later, both of them still given the names of Johan and Marianne, perhaps a continuation of "Scenes from a Marriage”.  According to Richard Corliss, TV Movie: “This is a testament of love and anguish from the man who used to be called the greatest living filmmaker. Well, dammit, he was. And, as proves, he still is.”

However this is Woody Allen' s adding, in the final part of the documentary: There are certain people you think of that make up the fabric of the art world, of culture, of show business. And they’re just there all the time, you know. Picasso was always there, for a hundred years, an actual hundred years. And so with no Bergman, and no Truffaut, and no Fellini, no Buñuel, and no Kurosawa, you know, they are the ones that really define celluloid, the cameras and the light and all that. They are the ones who defined it as art. All that gift goes, and it's terrible”.

“..but Film is My Mistress” is ending on a Liv Ullmann's note about Bergman: “He was suddenly standing there at the door of the film studios, and he said: "Bye-bye!" Then he left, and flew to Fårö island. And he never returned to the film studios, nor to Stockholm. He remained on Fårö. That's how his film shooting days ended. And how that great adventure ended.”  

(Roberto Tirapelle. Collaboration to the English version, Caterina Berardi) 

We tank  Jon Asp – Ingmar Bergman Foundation

 

 

 

Pubblicato in data 02/01/2012