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LILA DE NOBILI (Teatro - Danza - Cinema)

Un talento schivo per il palcoscenico ma inesauribile per il lavoro e la ricchezza del lascito

   (nella foto Lila De Nobili, al lavoro)   

    Finalmente qualcuno per la storia del Teatro alla Scala, del teatro in genere e della storia dell’arte si è ricordato di comporre un volume dedicato a Lilla De Nobili (1916-2002), scenografa e costumista ma anche pittrice. Nasce a Castagnola di Lugano, in un ambiente sociale privilegiato, trascorre la maggior parte dell’infanzia a Nizza e in Costa Azzurra, vive soprattutto a Parigi, anche a Roma, a Ginevra, muore a Parigi.

Lo hanno realizzato gli “Amici della Scala” con le edizioni Grafiche Step e lo ha curato, come tradizione, Vittoria Crespi Morbio, che ormai ha pubblicato una vasta produzione saggistica. Va anche detto, però, che Vittoria Crespi aveva già curato un libro nel 2002 “Lila De Nobili alla Scala” per le Edizioni del Teatro alla Scala.

    Come “Il suono “Lila”” (cit. da testo introduttivo) del suo nome evoca un soffio di vento, una traccia nella sabbia, un segreto dell’arte o quello dipinto in un bozzetto, anche il volume a lei dedicato è accurato, nobile, sembra dipinto con quei tratti rapidi con cui Lila ritraeva volti e gesti, e palpita delle “intermittenze del cuore” (cit. titolo capitolo introduttivo) non solo delle sue, raccolte e schive, ma anche quelle di chi la conosceva, rimasti tutti rapiti e ammirati.

Il volume racconta innanzitutto la storia di Lila De Nobili, figura di estrema riservatezza, diventata controvoglia una leggenda.  Al di là della ricostruzione biografica scritta con assoluta levità, vorrei soffermarmi sulle illustrazioni contenute nel volume che lo arricchiscono compiutamente e soprattutto ne determinano la cronologia della vita e dell’opera.

Ad esempio, il fondamentale periodo di Parigi, la città di Lila: dal quartiere in rue de Verneuil alla moda, i modelli di Mad Carpentier, Elsa Schiapparelli, Jeanne Paquin (1946), Maquette per Christian Dior (1947),   i parfums Lucien Lelong (1947).  I primi spettacoli con Raymond Rouleau, il regista con cui la collaborazione è stata più lunga e costante, oltre venti spettacoli, prosa, opera, lirica, film. E’ un mago della luce e una “pittura come quella di Lila, così portatrice di luce, quasi il colore la sprigioni misteriosamente, doveva riuscire un apporto irrinunciabile per la sua poetica.”

  Così sono subito sedotto da “Le voleur d’enfants” (Parigi, Théatre de l’Oeuvre, 1948), o “Un tramway nommé Désir” (Parigi, Théatre Edouard VII, 1949), o ancora la “P’tite Lili” con Edith Piaf (Parigi, Théatre de l’A.B.C., 1951), abiti di Pierre Balmain.  Lila decorava anche case e camerini: l’attrice Véra Korène commissiona alla De Nobili la decorazione del suo camerino alla Comédie; la casa parigina di Rouleau pastellata da Lila nel 1950. 

   E potreste immaginarvi la commedia “Gigi” da Colette sempre con Rouleau con tutte le scene e i bozzetti di Lila al Fulton Theatre di New York nel 1951. E Audrey Hepburn che interpreta Gigi. Le repliche durano sei mesi, poi il tour si sposta a Philadelphia e Washington. Ma è interessante ed emozionante leggere tutti i carteggi fra i personaggi per capire i sentimenti e i costumi di quegli anni.

 Lila De Nobili debutta anche a Milano, al Teatro Nuovo, 1953, con “Cyrano de Bergerac”, sempre per la regia di Rouleau. Si notano i bellissimi figurini di Rossana e Cirano degli interpreti Edda Albertini e Gino Cervi. Lila, in seguito, ritorna a Parigi dove lavora al monologo “Le bel indifférent” di Jean Cocteau al Théatre Marigny, per l’interpretazione di Edith Piaf (Elle) e Jacques Pills (Emile). In questo periodo parigino è notata da Luchino Visconti che si invaghisce di un suo allestimento di ”Anna Karénine”, sempre con la regia di Rouleau.

Visconti, sedotto dai giochi di luce e dalla profondità di campo, se ne ricorderà per affidarle “Come le foglie” al Teatro Olimpia di Milano, 1954. Ritornando a Parigi seguirà la messa in scena di “Les sorcières de Salem” per la regia di Rouleau al Théatre Sarah-Bernhardt, 1954. Lila fa dei bozzetti molto chiaroscurati della landa del Massachusetts.    Finalmente arriva il 1955 ed ecco “La Traviata” di Luchino Visconti, quell’allestimento che cambia per sempre il concept del teatro musicale. Lo stesso Carlo Maria Giulini, direttore d’orchestra dell’opera dichiara “Per un istante il mio cuore aveva cessato di battere. Ero sbalordito dalla bellezza di ciò che mi stava davanti  agli occhi”. Credo però che se noi fossimo stati presenti nel ’55 in teatro il cuore avrebbe avuto continui sobbalzi, o meglio, come dice Vittoria Crespi Morbio, avrebbe avuto delle ‘intermittenze’ non solo per quello che si poteva vedere ma anche ascoltare.      C’erano Maria Callas (Violetta Valery) vestita da Piero Tosi e Giuseppe di Stefano (Alfredo) e Ettore Bastianini (Germont padre).  Lila ritorna a lavorare con Visconti ne “Mario e il Mago”, musica di Franco Mannino, coreografia di Léonide Massine.  C’è un costume di raso nero che veste Carla Fracci (nella parte di Silvestra) che ci fa venire i brividi.

In alternanza a Carla Fracci c’è Luciana Novaro, coreografa anche a Verona.

Arriviamo a Franco Zeffirelli che nel 1958 allestisce “Mignon” alla Scala, una opéra-comique.   Ancora nel 1958 c’è il primo Festival dei Due Mondi a Spoleto dove di nuovo Rouleau al Teatro Nuovo  mette in scena “L’Arlésienne”, nell’edizione originale.

 Ma un altro periodo importante  è il sodalizio con il regista Peter Hall, cioè gli spettacoli a Stratford-upon-Avon dal 1957-1960. Qui le affidano “Cymbeline” al Memorial Theatre e “Twelfth Night “ sotto la direzione musicale di Raymond Leppard.  Un altro spettacolo è “A Midsummer Night’s Dream”, un bellissimo omaggio al teatro elisabettiano disegnando i costumi per Albert Finney e Vanessa Redgrave. Poi a Londra alla Royal Opera House realizza scene e costumi per il balletto “Ondine”, coreografia di Frederick Ashton, musica di Henze. Un altro ritorno a Parigi all’Opéra Garnier con Rouleau per una spettacolare “Carmen”. Bellissimi gli spazi come il rifugio dei contrabbandieri, o la Piazza di Siviglia, e i costumi di Carmen e Manuelita. La zuffa nella manifattura dei tabacchi sembra un quadro impressionista. Oppure “Toréador, l’amour t’attend!” sembra una anticipazione del film di Francesco Rosi.  Un altro spettacolo difficile con Rouleau è “Ruy Blas”  di Victor Hugo alla Comédie. In questo caso Lila realizza delle scene in collaborazione con Renzo Mongiardino. La realizzazione è un omaggio a Velazquez, bozzetti e costumi di intensa  ritrattistica barocca.

Anche Ingrid Bergman rimane colpita da Lila De Nobili per il lavoro “Hedda Gabler” di Ibsen, regia di Rouleau, al Théatre Montparnasse nel 1963. E’ tempo di Giuseppe Verdi e Lila si impegna nel “Falstaff” regia di Squarzina, alla Scala nel 1961, dove si possono scorgere suggestioni inglesi per i costumi di Falstaff (Ganzarolli), Alice (Tucci), Meg (Cossotto) e Fenton (Kraus); nel “Rigoletto” al Covent Garden nel 1964, sempre Zeffirelli, dove la De Nobili cita gli affreschi di Palazzo Te;   in “Aida”, Zeffirelli, alla Scala nel 1963, dove sul palcoscenico cantano Leontyne Price (Aida) e Fiorenza Cossotto (Amneris). Magnificenza dell’atto II. Anche Tony Richardson nel 1968 le affida la supervisione delle scene e dei costumi per il film “The Charge of the Light Brigade”. In Italia conosciuto come “I seicento di Balaklava”. Nel 1968 al Covent Garden firma “Sleeping Beauty”, balletto coreografato da Petipa. Visconti nel 1973 la chiama per “Manon Lescaut” per il Festival dei Due Mondi. Ecco qui finisce una carriera straordinaria perché dopo il teatro volgeva verso un linguaggio diverso, arrivavano i Chéreau e Peduzzi, la Tetralogia wagneriana. 

Anche Vittoria Crespi Morbio riuscì a far visita all’artista a Parigi, una tappa irrinunciabile: “Tutti i mondi abitati da Violetta, Mignon, Falstaff, e Aida mi sono apparsi concretamente in un giorno d’inverno del 1998, quando andai anch’io a trovare Lila De Nobili a Parigi, in rue de Verneuil sulla Rive Gauche dietro al Musée d’Orsay. Mi spiegarono che, data la sua sordità assoluta, avrei dovuto visitarla a sorpresa, con delicatezza per non spaventarla troppo…Intraprendemmo  una conversazione muta fatta di segni sulla carta.”  A questo riguardo voglio citare un disegno di Lila De Nobili che conoscevo ma che ricostruisce tutto il mondo della scenografia dell’artista: il Café Momus, nel Quartiere Latino, per il quadro II di “La bohéme” a Spoleto nel 1960. I colori della superfice, il fondale trasparente che riflette architettura e umanità, il marrone scuro e il rosso che si incrociano cromaticamente, la luminescenza. Piero Tosi definì il suo colore come non si potrà dire meglio: “Non è una mano umana, è come una farfalla…il polline di una farfalla che è caduto sulla carta”.   

Roberto Tirapelle     

(Si ringrazia Anna Crespi, Presidente Amici della Scala)

(nella foto Lila De Nobili a Compiobbi (Fiesole), 1965)

Pubblicato in data 23/02/2015